

La COP 30 a Belem ha concluso all’ unanimità che non si poteva trovare una conclusione migliore sulla transizione energetica ambientale… di quelle già trovate a Parigi nel 2015 e alla COP 2018 di Dubai. Questa era l’unica unanimità possibile a fine novembre a Belem e dunque l’unica confermabile da un voto plenario di unanimità. Quando non si può vincere, un diplomatico è lì apposta per non fermare il dialogo. Tenerlo aperto rappresenta comunque un passo avanti. Il documento finale però non è privo di risorse per il futuro: un capitolo intero è dedicato all’ implementazione di Parigi: Capitolo secondo “From negotiation to implementation: Paris Agreement policy cycle fully in motion”. Con i Paesi che vorranno starci. Che poi è quello che è accaduto sinora; e a Belem salvare l’idea della COP per il clima come istituzione era l’unica strada possibile, dopo la pressione esercitata da Trump e, nel primo giorno, dall’ Arabia Saudita.
Ora dunque implementazione. Che cosa vuol dire per il futuro? Che bisognerà avere molti occhi per seguire l’UNFCC ovvero il braccio ambientale delle Nazioni Unite che segue lo sviluppo dei piani nazionali e dei piani finanziari e settoriali, per capire che passi in avanti si stanno facendo e quali Nazioni li stanno facendo.
Per capirne meglio il meccanismo scelto da un settore che forse pochi connettono all’ambiente e all’energia, ma che invece ci sta dentro in pieno. Parliamo della Moda. Si, proprio di sfilate mondiali, tappeti rossi, divi glam del cinema e rockstar accomunati dall’amore per un marchio, un brand, una firma che magari è in vita anche da cento anni. L’ Italia e la Francia ne sono un esempio e spesso capofila riconosciute. Oltre naturalmente a famiglie, coppie celebri, “solisti” del design - Versace, Armani, Valentino - il cui volto è più conosciuto perfino di molti leaders che negli anni si sono succeduti non solo alle varie COP ma in tutti i luoghi di confronto sull’ ambiente nel mondo.
Ebbene non molti sanno o riflettono sul fatto che è in atto una battaglia anche a colpi di investimenti e di comunicazione che lega il nome di marche di medio alto profilo a programmi di impegno ambientale. La moda, infatti, già da qualche anno è diventata uno dei settori dove i problemi dell’ambiente da affrontare sono tra i più complessi. Partiamo dalle cifre per capire: la quantità di rifiuti tessili che finiscono in discarica o vengono inceneriti sono ogni anno ormai attestati intorno ai 92 milioni di tonnellate a livello globale; un rapporto del 2020 di McKinsey, "Fashion on climate", stimava che nel 2018 l'industria dell'abbigliamento fosse responsabile di circa 2,1 miliardi di tonnellate di Co2 equivalenti all'anno il che vuol dire che si può ritenere l'industria della moda come responsabile di una percentuale compresa tra l'8% e il 10% delle emissioni globali di gas serra (in termini di Co2 equivalente). Praticamente la stessa responsabilità generale dell’Europa nel totale rispetto al resto del mondo. E dal 2020 non si è notata una inversione di tendenza se non alle prime battute o nel marketing.
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uesto comprende certamente il consumo energetico di produzione ma non ancora il danno possibile dal punto di vista idrico. Dalle “fullonica” dell’Antica Roma ai lavatoi preindustriali del medioevo, tutti gli storici conoscono il ruolo economico ma anche l’effetto del possibile degrado dell’industria della moda nei secoli. Soprattutto gli sforzi fatti prima dagli Imperatori, poi dai Re e infine dai creatori della Rivoluzione Industriale per garantire l’approvvigionamento idrico essenziale a questa opera così umana di manifattura. Ora dai dati possiamo dedurre che un problema idrico nella nostra contemporaneità esiste davvero, se consideriamo che servono circa 700 litri d’ acqua per produrre una singola maglietta di cotone. In una ricerca del 2017 la Fondazione “Ellen MacArthur Foundation”, nel report “A new textiles economy. Redesigning fashion's future” presentava questi dati preoccupanti: il consumo totale annuale (Globale) per quantità dell'industria tessile e dell'abbigliamento è circa 93 miliardi di metri cubi di acqua all’anno e questa quantità corrisponde circa al 4% dell'acqua dolce globale prelevata annualmente. L'abbigliamento, da solo, consuma circa 62 miliardi di metri cubi di acqua all'anno (circa due terzi del totale del settore). Il consumo per capo ovvero la cosiddetta impronta idrica, deriva dall’utilizzo dell’acqua per l'irrigazione delle colture (es. cotone, lino etc…), e poi nelle fasi di tintura, finissaggio e lavaggio.
Se si scende all’uso per ogni singolo capo, l’ipotesi della Fondazione è che l’uso dell’acqua per una maglietta lavorata andava dai 700/1000 litri a circa 2500/2700 litri a seconda del tipo di produzione; per un jeans, dalla cultura del cotone alla fine produzione, tra i 7000 e i 100mila litri d’acqua e infine, sempre come esempio, per la produzione di un chilogrammo di cotone tessile ci vogliono circa 11mila litri d’acqua. A ciò va aggiunto il problema generale dell’inquinamento: l'industria tessile è responsabile di circa il 20% dell'inquinamento globale delle acque potabili (dovuto principalmente ai trattamenti tessili e ai processi di tintura), e ogni anno, circa 200.000 tonnellate di coloranti vengono immesse nell'ambiente attraverso le acque reflue del tessile.
Questi dati diffusi intorno alla fine del 2017 e 2018 quando si cominciavano ad affrontare i problemi relativi a comparti che venivano considerati nella percezione generale come molto inquinanti, come il trasporto aereo o il traffico e il riscaldamento e condizionamento dell’aria nelle case, sono stati come un macigno per il mondo della Moda, di solito così spensierato, mettendolo sotto i riflettori dei media in una luce diversa dal passato. Senza contare che -a volte in positivo, ma non sempre- ciò ha scatenato una battaglia a colpi di slogan ambientali, inchieste e reportage inaspettati su “brand” considerati “intoccabili” e divenuti molto più fragili dal punto di vista del marketing e della comunicazione rispetto alla attenzione ambientale delle nuove generazioni di acquirenti.
Per il bene dell’ambiente o anche solo della propria reputazione molte marche mondiali e brand ultra-diffusi nel mondo globale hanno cominciato ad affacciarsi ai consessi mondiali e così l’UNFCC propose nel 2018 alla COP24, una “Carta d’Intenti” per il mondo della moda, successivamente rafforzata anche nel corso della COP 26.
Cosa prevede questa “Charter”? La condivisione delle linee guida che derivano dal Trattato di Parigi, cercando di raggiungere come comparto lo zero netto di emissioni entro il 2050; la definizione di obiettivi in tutta la filiera della moda (che è lunga e complicata dalla produzione tessile ai terzisti, al design, alla presentazione etc…); un cambio di linea nella produzione, con una attenzione maggiore a materiali che garantiscano basse emissioni e ovviamente una grande attenzione al riciclo che vuol dire inserirsi di fatto in una reale economia circolare. Seguirono riunioni con molte star della moda ma anche iniziative, convegni e studi molto interessanti.
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nche il World Economic Forum intervenne condividendo la linea adottata dalla Charter UNFCC e segnalando come fatto strategico la necessità di fare investimenti massicci (WEF e Mc Kinsey segnalarono un ordine di cifre tra i 20 e 30 miliardi di dollari globali) per sostanziare le innovazioni sostenibili nella trasformazione ambientale ed energetica, della moda e delle sue filiere. Va segnalato che cambiamenti e innovazioni interessavano fortemente anche il settore del lavoro e delle relazioni tra gli Stati: pensate al ruolo di produttore tessile e manifatturiero a basso costo di Paesi cardine come l’India, per esempio, e così l’ONU coordinò nella preparazione della COP 28 anche altre sue agenzie come Unep (ambiente), ILO (Lavoro) e ITC (Innovazione e piccole imprese) sul focus della innovazione necessaria nel mondo della moda mentre anche il G7 coordinò una sua piattaforma di scambio di buone pratiche nell’ambito di un focus sull’economia circolare del settore tessile.
Che ne è stato di tutto ciò e cosa ne sarà in futuro dato il secondo capitolo del documento finale di Belem, che postula di passare dalle negoziazioni (e gli annunci) all’implementazione, ovvero alla messa a terra delle attività?
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ertamente non possiamo basarci sulla semplice buona volontà delle aziende anche se sappiamo che sia grandi “maisons” della moda che aziende medio alte a diffusione planetaria hanno intrapreso cammini che le facciano riconoscere come impegnate sul terreno della lotta al cambiamento climatico e della partecipazione allo sforzo mondiale per energie nuove e rinnovabili. Molte ancora non ce l’hanno fatta, in soli 6-7 anni dalla firma della Charter UNFCC, a cambiare una filiera che li vede protagonisti di un settore che in alcuni casi postula filiere internazionali vecchie di almeno cento anni. Altre invece puntano proprio su questo terreno per fare innovazione.
In campo istituzionale però bisogna dire che - anche se come al solito non riesce a venderlo sempre bene - l’Unione Europea è l’organismo di Stati e rappresentante anche di singoli Stati che hanno impostato con più strutturalità il problema. Nel luglio del 2024 l’UE ha introdotto il Regolamento Ecodesign per i prodotti sostenibili che sostituisce e innova fortemente rispetto al precedente del 2009 e introduce linee guida molto avanzate sui requisiti di progettazione di prodotti e organizzazione delle filiere “per rendere i prodotti tessili più durevoli, facilmente riparabili e riciclabili”. Ovvio che la Moda e l’Alta Moda soprattutto, sono solo la punta di diamante di un comparto, ma evidentemente il loro ruolo di leaders naturali e trascinatori di una industria, viene necessariamente compreso ed esaltato sia che scelgano di guidare le trasformazioni che di negarle e farsi trascinare solo dal rischio reputazionale. Alcune regole erano state spesso discusse e divengono così norma europea in vigore: per esempio la responsabilità, come in altri comparti economici, del produttore sulla gestione del “fine vita” dei prodotti, degli invenduti e dei prodotti riciclati.
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on è cosa di poco conto se si considera che produrre un capo “mistolana” con materiali di origine plastica per esempio, può non solo produrre capi non riciclabili e anche difficilmente gestibili dalle attuali tecnologie di distruzione del rifiuto, ma anche che ciò comporti un cambio nella ideazione e design dei capi stessi, che spesso è alla base di scelte di “gusto”, e non certo opinabili in un campo dove la creatività e il gusto sono uno dei fondamentali dell’economia che lo sorregge. Circolarità significa cominciare dalla produzione, la scelta dei tessuti anche secondo il loro consumo idrico ed energetico nella lavorazione; significa la creazione di una nuova filiera di riutilizzo e di riciclo; significa ricreare un circuito di riparazioni e riuso. Sia chiaro: notizie anche positive per il mondo del lavoro, basti a testimoniarlo il gran numero di botteghe artigianali del riciclo e della riparazione rinate e spesso gestite dal versante virtuoso della immigrazione nelle nostre grandi città. Ma certamente c’è bisogno di governare questo nuovo “traffico” di aziende nate e rinate sulla scorta di scelte contenute nel Green Deal europeo. E siamo alla scelta più dura e difficile. E ambiziosa. Una scelta che potrà creare di questi tempi con gli USA di Trump un ennesimo contenzioso, forse. Ovvero la nascita del DPP ovvero il Passaporto Digitale del Prodotto, un semplice Qrcode sull’etichetta che potrà (e per la UE dovrà) contenere tutte le informazioni sulla sostenibilità ambientale e sulla circolarità del Capo che abbiamo acquistato.
Il passaporto digitale del Prodotto sarà obbligatorio dal 2030 e già dal 2027 per alcune categorie: non si tratterà di fare dichiarazioni qualunque di bontà ambientale a basso costo ma di indicare la filiera, le fonti rinnovabili per energia e acqua, l’assenza di sostanze chimiche pericolose e di microplastiche. Alla lettura e alla tracciabilità non si scappa. E anche magari all’occhio del consumatore attento con smartphone alla portata.
L'Unione Europea punta su questo per cambiare un comparto che vale miliardi di euro e fargli svolgere una funzione di traino sia tecnologico che mediatico per la transizione energetica e ambientale. Anche le Nazioni Unite, con l’ UNFCC, se darà seguito alle indicazioni del documento conclusivo di Belem COP30, dovrebbero seguire, rivitalizzando i comitati consultivi in cui siedono Ceo e manager di grandi case di moda mondiali, dovrebbero passare dalle analisi e negoziazioni ai fatti concreti richiesti dai tempi. E anche considerando ora un “atout” possibile: gli Usa fanno ancora parte dell’ UNFCC e la moda ha in quel Paes, per produzione e consumo un epicentro mondiale. Neppure Trump potrà far finta di niente.