L’inevitabilità di Trump

Dopo trent’anni di globalizzazione e illusioni liberiste, l’Occidente fa i conti con il proprio declino industriale e politico. Il “realismo” della nuova amministrazione USA emerge come risposta necessaria a un mondo fuori equilibrio

Dopo trent’anni di globalizzazione e illusioni liberiste, l’Occidente fa i conti con il proprio declino industriale e politico. Il “realismo” della nuova amministrazione USA emerge come risposta necessaria a un mondo fuori equilibrio

di Geminello Alvi

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crivere del presidente Donald Trump e degli esiti dei suoi atti implica una qualità nobilissima e rara: la spregiudicatezza, oggi purtroppo immolata alle regole del politicamente corretto e alle sciocchezze che ne conseguono. Tra quest’ultime la ridicola circostanza per cui, mentre qualcuno sui giornali o per strada sta finendo di descrivere le catastrofi e i disastri umani che la politica di Trump indurrebbe, si vedono invece la pace imposta a Gaza e l’economia americana in salute contro ogni previsione, e non rovinata dai dazi. Ma quanto importa al nostro World Energy non è la polemica riguardo al presidente degli Stati Uniti, piuttosto noi siamo in ricerca di intenderlo proprio in un quadro dell’economia del mondo ch’è sovvertito e in crisi d’equilibrio ben prima di lui.

 

 

L’origine dello squilibrio commerciale con la Cina

Per intenderlo dovrò in questa breve nota rammentare a tratti come fu ed è che gli Stati Uniti d’America si sono ritrovati nell’assurdo di uno squilibrio insostenibile del saldo commerciale con la Cina e di una crisi strategica di cui Trump ha solo preso atto. E pertanto toccherà tornare a Clinton, insieme a Nixon, il presidente più intelligente che Greenspan, nelle sue memorie, rammenta di avere incontrato. Anche lui dovette far fronte a un dato di fatto, come dimostrò la crisi messicana ormai obliata: allora gli Stati Uniti si ritrovarono, coi loro conti esteri, in difficoltà persino a fronteggiare una crisi della loro periferia economica. Il disastro industriale americano, il non progresso che è regresso dell’economia americana in confronto a quella europea, del Giappone e poi delle tigri asiatiche non lasciava speranza. La soluzione pensata dalla sua e dalle altre menti che pilotavano la politica americana fu di aprire alla Cina malgrado piazza Tien an Men. Il calcolo? Semplice, lo stesso che negli anni Venti aveva riempito di entusiasmi Londra e Washington, ma che Mao aveva rovinato: affidare alla Cina la produzione nella parte bassa della catena del valore e tenere per sé la tecnologia e la finanza e ricentrarvi la leadership degli Stati Uniti, mollando il manifatturiero e quella parte degli Stati Uniti che ne viveva al declino, per favorire internet e le bolle di Wall Street.

 

La deindustrializzazione interna fu assecondata, s’investì nella Repubblica Popolare, le si donò di moltiplicare la sua quota mondiale della produzione manifatturiera. Ottenendo prezzi in deflazione delle merci che riassorbivano l’inflazione speculativa di Wall Street e neutralizzavano la stampa scriteriata di yen e poi di dollari e infine di euro coi prezzi in ribasso, deflazionati dal boom cinese. La favola di una produttività del terziario in crescita, come non può essere, vista la definizione statistica di questo settore o la sciocchezza di stare tranquilli dicendo che ci si teneva sulla fascia alta della catena del valore, con l’altra balla circa il mercato che avrebbe dovuto plasmare la Cina alla democrazia fece il resto. Impianti di auto tedesche in Cina, macchine italiane per fare le scarpe o gli impacchi e via dicendo: con testardaggine Europa e Occidente per trent’anni hanno demolito la loro produzione industriale – l’unica capace di garantire seri incrementi di produttività. È vero: quel che ne resta, in Europa, si è rinnovato profondamente, forse più che in America. Ma nel frattempo è dilagato un terziario improduttivo, mentre la follia burocratica di Bruxelles ha toccato il suo apice nella mania di una transizione energetica mal calcolata. Ed ecco che la Cina ha conquistato l’egemonia e anche, a dispetto dei calcoli degli Stati Uniti di Clinton, la parte alta della catena del valore. 

 

La reazione necessaria di Trump

In breve, i conti veri li fanno in pochi. Ma non c’è bisogno di percentuali: il disastro dell’Occidente e dell’Europa è del tutto evidente. Come la sua instabilità, ch’è la disperazione di virare a 180°, come se niente fosse, dal terrore dell’effetto serra alla produzione di armamenti. Mettiamoli tutti in fila questi trent’anni: la retorica sia di Clinton, sia dell’euro e dell’Europa ne risulta adesso fallita. Screditata dalla Cina come da ognuna delle crisi vitali che questa apertura scriteriata dei mercati ha indotto. L’afflusso di una manodopera di migranti a bassa produttività è l’ultimo colpo di grazia sulle speranze di rialzare la crescita del prodotto pro-capite. Un disastro completo, e uno sconquasso politico ormai inevitabile. Il presidente Donald Trump — non semplicemente “Trump”, come spesso lo chiamano con una punta di disprezzo molti giornali — rappresenta solo l’inizio di una reazione necessaria a una Cina che, altrimenti, finirebbe per dominare ogni settore. È un gesto che si colloca prima ancora dell’inevitabile parabola discendente delle economie asiatiche, destinate, dopo il boom, a scivolare nella deflazione. Ora o mai più: Trump sembra agire con questa consapevolezza. Ed essa riavvia il ciclo dell’economia mondo, che non è solo quello di depressioni e boom, ma è anche quello tra liberismo e mercantilismo. Negli anni Trenta il Regno Unito si chiuse nel suo Impero come l’America di Roosevelt nella sua aerea protezionista, che accumulò oro e finì per rovinare quanto restava del multilateralismo e della crescita. Ma poi vinta la guerra Washington coi suoi prestiti ricattò gli inglesi costringendoli a smontare la preferenza imperiale. 

 

La storia è sempre quella: una lotta per il potere alla quale le retoriche degli economisti e dei giornali e i loro odi si adeguano alla fine sempre. Adesso li direi sfalsati, fuori tempo nel loro obbedire comunque ai luoghi comuni. Non hanno inteso che l’idea di globalizzazione di Clinton è fallita, così come è fallita — per ragioni diverse — l’idea di euro voluta da Mitterrand, come oggi documentano gli archivi, per contenere la Germania. E tuttavia, è proprio la Germania a riarmarsi, nei suoi storici confini geopolitici: il Baltico e l’Ucraina. Un altro paradosso su cui si preferisce non riflettere. Tutti, invece, restano intenti a giudicare, a distinguere tra buoni e cattivi, a voltarsi indietro. Il progresso non c’è stato, le promesse non sono state mantenute: con il pretesto di avanzare, abbiamo creato un mondo più ingiusto e disordinato. Poco importa a chi continua a guardare al passato, tormentandoci con le sue sentenze. La risposta, sempre la stessa, è che non ci sarebbe stato abbastanza progresso. Ma prima o poi anche l’Europa — come la Cina e la Russia — dovrà ricorrere al realismo di Trump, piaccia o meno ai conformisti, sempre fuori parte e fuori tempo. Le nazioni europee dovranno mollare le retoriche fallite, come quelle degli entusiasti della globalizzazione, imparare dalla spregiudicatezza di Trump.