
Nel 2025 la diplomazia climatica ha affrontato uno dei suoi momenti più difficili, segnato da equilibri globali instabili e ambizioni ridimensionate. La Conferenza di Belém ha scelto la strada della continuità e dell’implementazione
Nel 2025 la diplomazia climatica ha affrontato uno dei suoi momenti più difficili, segnato da equilibri globali instabili e ambizioni ridimensionate. La Conferenza di Belém ha scelto la strada della continuità e dell’implementazione

Nel 2025 la diplomazia climatica ha affrontato uno dei suoi momenti più difficili, segnato da equilibri globali instabili e ambizioni ridimensionate. La Conferenza di Belém ha scelto la strada della continuità e dell’implementazione
Q
ual è stato il 2025 dell’ambiente? Non un anno interamente incentrato sulla COP30 di Belém, in Brasile, ma certamente segnato da quella conferenza sullo sfondo. Soprattutto dopo l’annuncio, arrivato subito dopo l’insediamento di Trump nel gennaio 2025, del ritiro degli Stati Uniti dalla partecipazione alle COP. Va ricordato, tuttavia, che Washington non è uscita dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici: in parte perché l’adesione fu ratificata dal Congresso e dunque non è sufficiente un decreto presidenziale per modificarla, anche se al momento Trump può contare su una maggioranza sia alla Camera sia al Senato; in parte perché, nel mosaico statunitense, molti Stati – forti di budget rilevanti e indipendenti da quelli federali – restano all’avanguardia mondiale nelle politiche ambientali e nella transizione energetica. Infine, perché Trump è essenzialmente un pragmatico: sa che la doppia spinta alla transizione, digitale ed energetica, negli Stati Uniti coinvolge aziende dai fatturati miliardari impegnate – per convinzione o per convenienza – negli obiettivi ambientali.
Il risultato è stato dunque un anno di alti e bassi, trascorso in attesa della COP30 che Lula ha definito, con toni altisonanti, la “COP della verità”. Una conferenza condotta all’insegna del realismo dal suo esperto negoziatore, André Corrêa do Lago, consapevole che, quando non si può prevalere al tavolo del negoziato, la vera vittoria è mantenerlo aperto e vivo. Ed è esattamente ciò che è accaduto a Belém con i documenti finali, di cui parleremo più avanti.
Il 2025 ha confermato l’accelerazione degli impatti del cambiamento climatico su scala globale. Ancora una volta, l’anno è stato segnato da un numero significativo di eventi estremi: gli incendi boschivi nell’area di Los Angeles, sviluppatisi nel pieno dell’inverno, mostrano come le condizioni meteorologiche stiano modificando la stagionalità degli incendi, rendendoli possibili anche in periodi insoliti. Durante l’estate, l’Europa ha vissuto la consueta stagione di roghi in Grecia (Creta, Peloponneso, Attica), Albania e Cipro (zona di Limassol). A ciò si sono aggiunte diverse ondate di calore: ben 96 regioni europee – soprattutto in Francia, Spagna e Italia – sono state colpite, e 195 hanno registrato condizioni di siccità con ricadute significative per l’agricoltura e la disponibilità idrica.
Il ritiro dei ghiacciai rimane un fenomeno preoccupante, evidente sia in Asia sia soprattutto nel continente europeo, sulle Alpi francesi, italiane e svizzere. In Svizzera, il crollo del ghiacciaio della Betulla, che ha quasi completamente ricoperto il villaggio di Blatten, è stato uno degli episodi più gravi riconducibili alla crescente instabilità dei fronti glaciali.
Gli eventi climatici estremi comportano anche un costo economico rilevante. L’Ufficio delle Nazioni Unite per la Riduzione del Rischio di Disastri (UNDRR) ricorda come tali fenomeni incidano non solo sulla popolazione e sulla mortalità, ma anche sul divario tra perdite assicurate e non assicurate, soprattutto nei Paesi a basso reddito. Nei primi sei mesi del 2025, il 91 percento dei disastri registrati è stato di origine meteorologica o climatica. Secondo l’UNDRR, le perdite economiche complessive nei Paesi in via di sviluppo hanno superato i 50 miliardi di dollari nel solo primo semestre, con quasi il 95 percento dei danni non coperti da assicurazioni e ricadenti direttamente su governi e cittadini. Le catastrofi idrometeorologiche – inondazioni, siccità, tempeste – hanno colpito oltre 45 milioni di persone nel mondo.
I grandi riassicuratori globali, come Munich Re e Swiss Re, che monitorano in modo sistematico i rischi climatici, stimano le perdite complessive tra i 125 e i 131 miliardi di dollari.
Il Lancet Countdown Report 2025 evidenzia gli effetti di questi fenomeni sulla salute. L’esposizione alle ondate di calore ha determinato un aumento dei decessi: si stimano 546.000 morti all’anno tra il 2012 e il 2021 legate allo stress termico. La perdita di produttività rappresenta un altro fattore critico: nel 2024, l’anno più caldo mai registrato, sono andate perdute 639 miliardi di ore lavorative per stress da calore. Infine, la sicurezza alimentare: la siccità estrema ha interessato il 61 percento delle terre emerse, aggravando l’insicurezza alimentare di oltre 120 milioni di persone rispetto ai livelli del 1990.
Mentre si preparava la COP30 di Belém, il 2025 è stato segnato da un intenso lavorio diplomatico e legislativo in molti Paesi. La conferenza ONU sulle plastiche, tenutasi a Ginevra ad agosto, non ha prodotto l’atteso accordo vincolante, rinviando a tempi più maturi la definizione di un documento comune.
In Europa, invece, il dibattito sul Green Deal è proseguito con decisione
La Commissione Europea ha proposto un emendamento al Regolamento UE sul clima del 2021, introducendo un obiettivo intermedio: ridurre del 90 percento le emissioni entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990. Una proposta ambiziosa, accompagnata tuttavia da una serie di emendamenti volti a modulare tempi e percentuali sull’uso di fonti fossili e carbone, così come l’introduzione di norme cogenti. Pressioni dei governi nazionali e del Parlamento europeo hanno infatti portato a qualche aggiustamento – come margini di flessibilità del 5 percento per tutelare specifici comparti energetici dei 27. La traiettoria dell’UE resta comunque chiara e mantiene saldamente l’Europa tra i leader globali della transizione energetica e ambientale. Ma il 2025 è stato anche l’anno in cui si è sfiorata una nuova “guerra dei dazi” con l’amministrazione Trump: un contesto che inevitabilmente spinge Bruxelles a calibrare con maggiore attenzione ambizione climatica e realismo geopolitico.
Se la posizione dell’amministrazione Trump è nota e in continuità con il primo mandato, gli Stati Uniti non sono affatto un blocco compatto, né un vero “convitato di pietra” del negoziato globale. Anche a Belém – seppur in modo non ufficiale – gli USA hanno presentato un quadro di miglioramento complessivo sul fronte ambientale. L’ultimo Contributo Determinato a Livello Nazionale (NDC), elaborato e depositato nel dicembre 2024 dall’amministrazione Biden, fissava un obiettivo ambizioso: ridurre le emissioni nette di gas serra del 61-66 percento rispetto ai livelli del 2005 entro il 2035, in linea con la traiettoria verso la neutralità climatica nel 2050 e con il limite di 1,5 °C. Il piano includeva inoltre un taglio di almeno il 35 percento delle emissioni di metano, in particolare quelle fuggitive legate alla produzione e al trasporto di gas, considerate tra le misure più efficaci nel breve periodo.
Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2025, questi NDC per il 2030 e il 2035 sono stati revocati. Tuttavia, il quadro scientifico tracciato da NASA, NOAA, EPA e dai rapporti dell’IPCC descrive una situazione variegata: rischi elevati e impatti già in corso, ma con differenze marcate tra i singoli Stati.
Gli Stati Uniti continuano a essere colpiti da eventi meteorologici estremi dal costo annuale di decine o centinaia di miliardi di dollari. Solo nel 2024 si sono contati almeno 18 eventi disastrosi – tra siccità, uragani, tempeste di gelo – per un totale di oltre 165 miliardi di dollari in danni.
Le ondate di calore aumentano in frequenza e intensità, soprattutto nel Sudovest (Arizona, Texas), con effetti sulla salute pubblica e sulle infrastrutture. In Alaska e nell’Artico il riscaldamento avanza a una velocità più che doppia rispetto al resto del Paese da circa 60 anni, accelerando lo scioglimento del permafrost e del ghiaccio marino e mettendo in difficoltà comunità locali e infrastrutture.
Gli impatti sono molto differenziati a livello regionale:
• Coste e Nord-Est: innalzamento del livello del mare e aumento del 70 percento delle precipitazioni intense.
• Sudovest (California, Arizona): siccità prolungate, rischio incendi in forte crescita.
• Sud-Est e fascia caraibica: uragani più intensi, mareggiate, rischio di intrusione salina nelle falde, come in Florida.
Con impatti così disomogenei, sono proprio gli Stati a giocare un ruolo decisivo. Molti – soprattutto California e New York, insieme a diverse grandi città – continuano a perseguire politiche ambientali ambiziose, in diversi casi superando gli obiettivi degli NDC federali di Biden. La California, guidata da Gavin Newsom, si conferma capofila, anche in aperto contrasto con la linea federale: emblematico il tema del “California Waiver”, la deroga del Clean Air Act che consente allo Stato di fissare standard ambientali più stringenti. La sua revoca, approvata dal Senato a maggioranza repubblicana, aprirà una disputa costituzionale di alto profilo tra Sacramento e Washington.
Al di là del quadro politico, la struttura industriale e finanziaria americana resta fortemente impegnata nella transizione energetica:
• Automotive: Ford e General Motors hanno annunciato piani pluriennali per eliminare gradualmente i motori endotermici e investire miliardi in batterie e veicoli elettrici.
• Big Tech: Google, Microsoft e Amazon sono tra i maggiori acquirenti globali di energia rinnovabile, tramite PPA a lungo termine per alimentare i data center.
• Utility: NextEra Energy, oggi la principale utility US per capitalizzazione, è leader nell’eolico e nel solare; Duke Energy ed Exelon puntano alla decarbonizzazione totale entro il 2050.
• Finanza: i colossi BlackRock, State Street e Vanguard – qualunque giudizio si abbia sui criteri ESG – spingono sempre più le aziende verso la riduzione delle emissioni.
A ciò si aggiunge un elemento politico non trascurabile: l’occupazione. La forza lavoro della green economy è oggi una realtà pesante e organizzata. Il settore delle energie rinnovabili impiega oltre 3 milioni di lavoratori, mentre quello dell’efficienza energetica da solo ne conta 2,2 milioni. La “nuova economia verde” sta creando posti di lavoro qualificati in Stati del Sud e del Midwest, aree tradizionalmente segnate dalla deindustrializzazione del secolo scorso.
Un dato che certamente non sfugge a Donald Trump, alla vigilia dell’anno che porterà alle elezioni di midterm.
Il 2025, segnato da catastrofi naturali, negoziati internazionali altalenanti e dalle posizioni divergenti di Europa, Cina, BRICS e soprattutto degli Stati Uniti di Trump, lasciava presagire una COP30 dall’esito incerto. A Belém, il diplomatico incaricato ha lasciato a Lula il palcoscenico della riunione dei Capi di Stato di inizio novembre: una scena significativa, segnata dall’assenza dei leader di Stati Uniti, Cina e India, che insieme rappresentano oltre due miliardi di persone e una quota centrale delle emissioni globali.
Lula ha insistito su una COP di “verità”, più che di rinnovamento: è chiaro che non ci sono oggi le condizioni economiche e politiche che resero possibile l’accordo di Parigi dieci anni fa. Il mondo è più frammentato, più competitivo, più teso. Eppure, a Belém quella verità è stata detta, e non è poco.
La COP30 ha concentrato i negoziati su tre grandi capitoli:
• una possibile road map per l’uscita dal fossile;
• il confronto tra i piani nazionali di implementazione dell’Accordo di Parigi e il sostegno economico ai Paesi più vulnerabili, incluso il fondo per Perdite e danni;
• il rilancio delle politiche di mitigazione.
Il documento finale, approvato all’unanimità, si articola attorno a tre titoli chiave: “Dieci anni da Parigi, uniti”, “Dalle negoziazioni alle implementazioni”, “Accelerare l’implementazione”.
Tradotto dal linguaggio negoziale: non c’è stato un accordo sulla road map per l’uscita definitiva dal fossile, ma si è scelta la via della continuità. Vengono riaffermati senza esitazioni i principi dell’Accordo di Parigi e le conclusioni della COP28 di Dubai. In sostanza, la transizione energetica rimane la strada condivisa e senza ritorno. Ogni Stato, o entità regionale – come l’Unione Europea o l’Organizzazione degli Stati africani – si assumerà la responsabilità delle proprie scelte, in una logica che ricorda le “cooperazioni rafforzate” europee. Uno schema che, dopo i quattro anni della presidenza Trump, potrebbe nuovamente coinvolgere in futuro anche gli Stati Uniti.
La scelta più significativa di Belém è il passaggio dalle negoziazioni all’implementazione. I Piani nazionali (NDC), che secondo l’Accordo di Parigi avrebbero dovuto essere consegnati entro febbraio 2025, erano appena 30 all’inizio della COP: sono diventati 90 nel corso dei lavori, ma restano insufficienti. Sommando i contributi attuali, la traiettoria globale porterebbe infatti a un riscaldamento di 2,8 °C entro la fine del secolo: meglio dei 4 °C prefigurati prima di Parigi, ma ancora lontanissimo dall’obiettivo di 1,5 °C.
Per questo il messaggio del documento finale è chiaro: meglio migliorare le performance reali che continuare a inseguire accordi impossibili con chi non è disposto a impegnarsi. La scienza indica una finestra di speranza, piccola ma concreta, che vale la pena tenere aperta.
Sul fronte finanziario, l’obiettivo di triplicare i fondi non è stato raggiunto, ma si è arrivati comunque a 120 miliardi di dollari annui a sostegno dei Paesi in via di sviluppo. Si aggiunge un fondo iniziale da 5 miliardi di dollari dedicato alla tutela delle grandi foreste tropicali – Amazzonia, Indonesia e altre – e viene confermato il Fondo “Loss and Damage”, insieme a un impegno più forte per coinvolgere la finanza privata nei progetti territoriali, comprese le comunità indigene.
Non ci sono vincitori. Eppure, di fronte alle tensioni geopolitiche, al rallentamento economico e alla divisione tra grandi potenze, la COP30 ha prodotto un documento finale approvato da tutti. È un segnale: la diplomazia climatica non si ferma e non arretra rispetto a Parigi e Dubai, pur nella complessità del momento.
È anche una COP che ridimensiona alcune aspettative mediatiche: meno “grande evento globale”, più confronto pragmatico, tecnico, diplomatico, scientifico ed economico. Una “COP di verità”, come chiesto da Lula: la verità di un mondo in bianco e nero, fatto di accelerazioni e frenate, di difficoltà enormi ma anche di iniziative irreversibili – industriali, tecnologiche, finanziarie – che nemmeno Trump, pragmatico quando si parla di numeri, occupazione e innovazione, può ignorare.
Forse è un ridimensionamento dell’immaginario, ma non necessariamente un male per le COP future. E l’appuntamento è già fissato: Antalya, Turchia, COP31.