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l “momento McKinley” evocato da Donald Trump, parlando dei dazi americani, non è solo un richiamo specifico alla storia presidenziale degli Stati Uniti, segnala anche una sorta di rivoluzione nell’approccio al sistema internazionale. La nazione leader del vecchio “ordine liberale”, il paese-guida della fase “trionfante” della vecchia globalizzazione, sceglie una strada diversa, in cui prevalgono il tentativo di ridurre il deficit commerciale, di aumentare le entrate con le tariffe (bilanciando in parte i tagli fiscali) e di moderare le vulnerabilità collegate all’interdipendenza. Di fatto, l’America di Trump ritiene che i costi del vecchio ordine siano diventati, per se stessa, superiore ai vantaggi. È la fine della pax americana, l’assetto dominante da parecchi decenni.
Sappiamo che il Tariff Act del 1890, promosso da William McKinley ancora prima di diventare presidente degli Stati Uniti, fu una svolta nella politica commerciale americana, aumentando il livello medio dei dazi sulle importazioni dal 38 percento al 50 percento. Quella scelta protezionistica - che per il mondo legato a Trump resta valida come mito di efficacia e sovranità - rafforzò settori industriali specifici, ma provocò anche aumenti di prezzi, ritorsioni commerciali e una crisi della crescita che richiese, a breve distanza, un riequilibrio verso politiche commerciali più aperte. Finirà così anche questa volta? Per ora, le previsioni più pessimistiche sugli effetti dei dazi annunciati da Trump nell’aprile scorso, si sono rivelate eccessive. Perlomeno, si tratta di effetti che avranno bisogno di più tempo per dispiegarsi. E la realtà è che – fra accordi, esenzioni e ricorsi legali – i famosi “dazi reciproci” sono applicati in modo parziale. Non si può neanche escludere del tutto che la Corte suprema americana finisca per mettere in discussione la base legale della decisione di Trump, ossia il ricorso all’International Emergency Economic Powers Act. Gli effetti economici resterebbero probabilmente limitati; ma l’espansione dei poteri presidenziali conoscerebbe una fase di arresto – a dimostrazione della persistente validità, negli Stati Uniti, del sistema di “checks and balances”.
Negli ultimi mesi, dopo l’annuncio unilaterale dei “dazi reciproci”, la diplomazia commerciale si è ritagliata uno spazio negoziale. Il dialogo ai vertici fra USA e Cina ha prodotto una tregua temporanea, in parte provocata dal blocco cinese dell’export di “terre rare” verso l’America. Nella sostanza, la tregua è solo un esercizio di “damage control”, si limita a rinviare il problema; ma dimostra anche che le due maggiori economie del mondo sono ormai troppo integrate per potere arrivare a un vero e proprio “decoupling”.
Il dibattito pubblico, negli Stati Uniti, oscilla tra il desiderio di proteggere o addirittura di ricostruire settori tradizionali dell’industria nazionale (cosa irrealistica per i costi che avrebbe) e la consapevolezza dei danni eventualmente provocati dagli shock tariffari. Un’indagine della Case Western Reserve Trade Conference ha mostrato come la maggioranza degli americani tema effetti negativi sulle proprie finanze e sull’inflazione: il costo dei beni alimentari, nonostante le promesse elettorali, resta alto. Cosa che, fra l’altro, sta portando a una serie di esenzioni negli accordi commerciali con i paesi dell’America Latina.
In realtà, insomma, gli effetti negativi dei dazi sono per ora abbastanza limitati per l’America (anche perché, appunto, proliferano le esenzioni di settori specifici, i ricorsi legali e così via). Il contraccolpo, più che investire gli Stati Uniti, si riflette soprattutto sull’Europa, che si trova ad assorbire la pressione concorrenziale asiatica e statunitense. La Cina, di fronte alla diminuzione del suo export verso l’America, tende infatti a riversare la propria sovra-capacità verso il Vecchio Continente: che si trova in effetti, dal punto di vista geo-economico, schiacciato fra i due giganti.
Vista da Pechino la situazione non è meno complicata, anzi. Nonostante la narrativa mediatica insista su una “irresistibile ascesa cinese”, restano irrisolte le fragilità sistemiche. Quello che era l’Impero di Mezzo sta cercando di rafforzare il proprio mercato interno, ma restano i fattori frenanti determinati dalla stagnazione della domanda, dai processi di ageing, dalla debolezza del soft power e dalle limitazioni di un modello che soffre oggi non solo della crisi del settore immobiliare ma anche di un netto declino degli investimenti esteri. Che la Cina abbia già vinto, come sembrano pensare una serie di osservatori interni e internazionali, è tutto da dimostrare, nonostante il salto indubbio compiuto nello sviluppo tecnologico. La costruzione di un ordine economico alternativo – fondato sui BRICS allargati, con Pechino a farne da perno - resta un progetto fragile, che si scontra con la debolezza di molte delle economie coinvolte e con i contrastanti interessi dei paesi membri. Mentre aumenta il dumping industriale cinese verso l’Europa, alimentando tensioni fra il Vecchio Continente e Pechino.
L’UE – che ha perso i dati di riferimento del suo vecchio modello di sviluppo (import di energia a basso costo dalla Russia, difesa delegata a Washington, export verso la Cina) - è costretta a ripensare le sue strategie in un contesto dove difese commerciali, costi energetici e predominio dei dati ridefiniscono poteri e vulnerabilità. L’obiettivo di una vera e propria autonomia europea resta per ora illusorio, vista la dipendenza nel settore difesa e il ritardo tecnologico. Mancano gli investimenti che sarebbero necessari. Anche se qualcosa comincia a muoversi, a cominciare dall’economia centrale, la Germania. La Repubblica federale tedesca, storica custode del mercantilismo europeo, sta in parte cambiando registro. Il cancelliere Merz convoca vertici sull’acciaio e propone una strategia “patriottica” in chiave tedesca/europea: dazi punitivi contro il dumping cinese, incentivi per la produzione nazionale e difesa degli standard ambientali come leva competitiva. Dietro questa scelta, pesa la crisi delle filiere industriali e pesa la tempesta dei prezzi energetici. Il governo federale promuove una nuova fase di difesa sistemica, appoggiando le misure UE per dimezzare le importazioni esenti da dazi e raddoppiare le tariffe su quelle eccedenti, mentre si chiedono a Bruxelles sia una politica industriale forte sia sussidi diretti per abbassare il prezzo dell’energia alle imprese strategiche. La Germania, rivisti i limiti costituzionali al tetto di bilancio, investe. Anche nella difesa. E chiede che lo stesso facciano i paesi europei. Mentre resta aliena a forme ulteriori di debito comune europeo.
L’obiettivo, esplicitato anche dalle associazioni industriali e sindacali, è di evitare la crisi terminale di settori chiave per tutta l’economia come automotive, meccanica e infrastrutture. E al tempo stesso di garantire che la transizione energetica, anche nella sua versione europea edulcorata, sia davvero sostenibile.
Il problema centrale dell’Unione Europea è la perdita di competitività relativa, lo sappiamo
Le diagnosi sono note, le ricette anche, ma le decisioni (investimenti comuni e volontà politica convergente) continuano a mancare. In campo commerciale, la Commissione ha competenze esclusive ma il potere politico resta ovviamente ai governi nazionali. Se la Cina nei suoi negoziati può utilizzare strumenti di coercizione concreti – come il controllo delle terre rare – per bilanciare la propria posizione mondiale, l’Europa ha molte più difficoltà ad attivare le proprie eventuali “armi negoziali”. In parte ne ha di meno, se guardiamo ai settori strategici, in parte è riluttante a utilizzarle. Un esempio emblematico riguarda la web tax e la fiscalità sui colossi tecnologici americani: per varie ragioni (la dipendenza nella difesa, ad esempio), l’Unione ha preferito la cautela e il compromesso. Va in questo senso anche la recente riforma dell’AI Act.
La crisi del 2025, segnata da tregue provvisorie, dazi incrociati e una ridefinizione dei poteri commerciali globali, apre all’Europa una scelta: recuperare assertività e capacità negoziale, o continuare con un adattamento reattivo/passivo. E proprio in un settore – il commercio internazionale – che resta decisivo per un Continente che non ha grandi risorse primarie e vive in effetti di import ed export. Fino a quando prevarrà la debolezza negoziale, sarà difficile che l’Europa, già esposta a Est ai costi e rischi della guerra in Ucraina, possa giocare un ruolo rilevante nella transizione attuale. Anche per la debolezza interna di alcuni dei paesi centrali. Negli scenari peggiori ma certamente non obbligati, l’Europa potrebbe finire per disgregarsi. In quelli migliori, riuscirà finalmente a reagire: per farlo, tuttavia, dovrà investire risorse comuni e darsi un sistema di governance che consenta decisioni rapide e all’altezza di tempi rivoluzionari.