
Il momento di Belém

I
l 22 novembre 2025 si è conclusa a Belém, in Brasile, la COP30, la trentesima edizione della Conference of the Parties (Conferenza delle Parti). Tenutasi presso la porta d’ingresso della foresta amazzonica, la COP30 è arrivata in un momento critico: dieci anni dopo l’Accordo di Parigi e nel bel mezzo di turbolenze geopolitiche senza precedenti, tra cui il ritiro degli Stati Uniti di Trump dalla cooperazione multilaterale sul clima. La COP di Belém è comunque riuscita a costruire sugli innegabili progressi compiuti negli ultimi dieci anni: l’appiattimento della traiettoria delle emissioni, la riduzione dei costi tecnologici, una straordinaria capacità globale di energie rinnovabili e livelli d’investimento in energia pulita senza precedenti. E ancora, le attività per la preparazione dell’agenda per l’azione climatica della COP30 (COP30 Climate Action Agenda) sono state accompagnate da un’eccezionale mobilitazione di istituzioni e cittadini: quest’edizione della conferenza ha visto la più ampia partecipazione di popolazioni indigene nella storia delle COP e la presidenza ha promosso apertura e inclusività. Essendo il paese ospite il Brasile, tanti si aspettavano maggior concentrazione sui temi dell’agricoltura e dell’alimentazione rispetto agli anni precedenti, ma sono rimasti delusi: il testo finale tratta della perdita di biodiversità, dei diritti della terra e della deforestazione, ma non fa menzione della questione alimentare.
Il presidente del Brasile, Lula da Silva, ha definito questo vertice “la COP della verità”, sottolineando la necessità che si proceda a una valutazione onesta dei progressi compiuti verso il limite degli 1,5 °C stabilito dall’Accordo di Parigi. Il pacchetto finale, definito “mutirão globale” (sforzi collettivi, in portoghese), cerca di affrontare questioni controverse spaziando dalla finanza per il clima alla transizione dai combustibili fossili e alle misure di adattamento. In termini di processo, la leadership del Brasile nei BRICS (2025), nel G20 (2024) e nella COP30 (2025) ha costituito un’opportunità unica per discutere come consolidare la transizione in modo da generare benefici economici e sociali. Il collegamento tra il G20 a presidenza sudafricana e la COP30 si è rivelato particolarmente carico di significato. Sotto la presidenza sudafricana, il G20, dedicato a solidarietà, uguaglianza, sostenibilità, si è adoperato per assicurare una transizione agevole, in termini diplomazia climatica, verso la COP30, anticipando anche la questione delle priorità in materia di finanza per l’adattamento. Il coordinamento tra questi forum multilaterali dimostra il potenziale per un’azione climatica allineata tra le diverse piattaforme, nonostante le tensioni geopolitiche limitino i progressi: gli esiti, infatti, hanno evidenziato sia le possibilità sia i limiti della cooperazione internazionale sul clima in questo panorama sempre più frammentato.
La COP30 ha sottolineato l’importanza cruciale della finanza per il clima, pilastro centrale, sulla base del nuovo obiettivo collettivo quantificato (NCQG, New Collective Quantified Goal) stabilito alla COP29 di Baku. L’aspirazione più ambiziosa definita alla COP29 è diventata il punto focale del percorso indicato dalla Baku to Belem Roadmap, che rappresenta un cambiamento importante in quanto indica i passi necessari a garantire che le diverse fonti finanziarie lavorino congiuntamente per guidare gli investimenti su scala. Il piano prevede fonti pubbliche e private, organizzazioni bilaterali e multilaterali e meccanismi di finanziamento innovativi. Elemento cruciale della roadmap è che essa mira a sostenere i contributi determinati a livello nazionale (NDC, Nationally Determined Contribution) e i piani nazionali di adattamento (NAP, National Adaptation Plan) dei paesi in via di sviluppo, affrontando alcuni dei problemi maggiori della finanza climatica, quali prevedibilità, accessibilità e proporzionalità rispetto alle esigenze dei paesi vulnerabili.
Un risultato fondamentale della COP30 è l’impegno a triplicare i finanziamenti per l’adattamento entro il 2035, assunto sulla base dell’impegno a raddoppiarli preso a Glasgow nel 2021 (e in scadenza nel 2025). Sebbene il testo finale manchi di chiarezza sugli specifici meccanismi di responsabilità per i soggetti che stanzieranno questi fondi, questo impegno rappresenta un segnale politico che indica sempre maggior consapevolezza del fatto che i paesi vulnerabili necessitano di risorse decisamente più consistenti per far fronte all’escalation degli impatti climatici (dalla costruzione di infrastrutture resilienti alle inondazioni, all’espansione dei sistemi di allerta precoce, al miglioramento dello stoccaggio idrico a contrasto della siccità, all’adeguamento delle tecniche agricole). Restano tuttavia importanti le difficoltà nel tradurre le promesse in flussi di risorse reali per i paesi in via di sviluppo.
La COP30, inoltre, ha segnato uno spostamento dell’accento dai negoziati all’attuazione, con il Brasile a promuovere la creazione di piattaforme nazionali di tipo bottom-up come meccanismi per tradurre gli impegni mondiali in azioni nazionali. Si tratta di piattaforme che declinano le priorità a livello nazionale e articolano requisiti di finanziamento in linea con gli obiettivi climatici mondiali; queste piattaforme si propongono pertanto come strumento per il coordinamento degli investimenti pubblici e privati.
L’istituzione del Belém Action Mechanism è stata consequenziale: si tratta del primo meccanismo d’azione per una transizione giusta formalmente istituito in seno al sistema climatico delle Nazioni Unite (UN, United Nations). Si tratta di una piattaforma concepita per coordinare l’assistenza, condividere le buone prassi, mobilitare le risorse e monitorare i progressi per assicurare che l’azione climatica non lasci indietro comunità e lavoratori e, soprattutto, coloro la cui sussistenza dipende da settori ad alta intensità di carbonio.
I paesi partecipanti hanno inoltre adottato 59 indicatori globali per il monitoraggio dei progressi in materia di adattamento nell’ambito del quadro dell’obiettivo globale sull’adattamento (Global Goal on Adaptation), istituendo un programma di lavoro biennale volto a perfezionare ulteriormente le relative metriche. Ciò rappresenta un importante passo avanti nell’affrontare l’annosa sfida di misurare l’efficacia dell’adattamento in contesti e geografie diverse. La conferenza ha istituito anche l’acceleratore globale per l’implementazione (Global Implementation Accelerator), una piattaforma volontaria progettata per assistere i paesi nel tradurre i piani climatici in azioni concrete. In tandem con la Belém Mission to 1.5 °C, quest’iniziativa mira a stimolare NDC più ambiziosi, promuovendo il dialogo sulla cooperazione internazionale e sugli investimenti necessari. Sono previste sessioni informative nel giugno 2026 a Bonn e in occasione della COP31.
Pur essendosi svolta in Amazzonia, la COP30 ha avuto esiti contrastanti sulla protezione delle foreste. L’assenza, nell’accordo principale, di una chiara roadmap contro la deforestazione ha attirato diverse critiche; ciononostante, nel corso del vertice dei leader, il Brasile ha lanciato la propria iniziativa di punta, la Tropical Forest Forever Facility (TFFF), che si propone di raccogliere 125 miliardi di dollari per erogare pagamenti basati sulla performance a un massimo di 74 paesi in via di sviluppo che proteggono le proprie foreste. La TFFF opera con una struttura di finanziamento misto, con 25 miliardi di dollari di capitale di sponsorizzazione fornito da paesi donatori per catalizzare gli investimenti privati.
Nonostante i risultati tangibili ottenuti (il triplicarsi dei finanziamenti per l’adattamento, il lancio della Tropical Forest Forever Facility e l’attenzione senza precedenti alla transizione giusta e ai diritti delle popolazioni indigene), il percorso è ancora irto di sfide e difficoltà. Alla COP30 il metano è stato oggetto di diverse promesse e annunci, ma nel complesso il tema non è stato particolarmente approfondito; la decisione finale del mutirão non propone roadmap per i combustibili fossili né per la deforestazione. Soprattutto, sulla base degli NDC attuali, il mondo rimane sulla traiettoria di un riscaldamento di 2,3–2,5°C entro il 2100, ben oltre l’obiettivo di 1,5°C fissato dieci anni fa. In questo senso, il processo della COP30 ha rivelato un approccio orientato al minimo comune denominatore, con le tensioni geopolitiche a disturbare i negoziati. La COP30, comunque, va valutata non solo in base agli esiti formali dei negoziati ma anche in base alle migliaia di impegni assunti da città, stati, imprese e società civile. Tra essi, 14.000 governi locali si sono impegnati a ridurre le emissioni, 13 paesi a lanciare piattaforme nazionali, e le utility si sono impegnate a stanziare quasi 150 miliardi di dollari per nuove reti e strutture stoccaggio.
La COP30 di Belém, quindi, sarà probabilmente ricordata non per aver risolto tutte le divergenze bensì per aver mantenuto vitale lo slancio in un periodo di instabilità geopolitica, oltre che per aver posto l’aspetto pratico dell’attuazione al centro dell’agenda per il clima. Il prossimo banco di prova sarà la COP31, dove il mondo dovrà dimostrare che quanto stabilito in Brasile conduce a risultati tangibili, alla scala e alla velocità richieste dalla scienza. A seguito di ampie discussioni, la COP31 si terrà ad Antalya (Turchia), con l’Australia a condividere la responsabilità della presidenza e a ospitare un evento pre-COP nel Pacifico. Il Brasile manterrà la presidenza fino al novembre 2026, per poi passarla a Turchia e Australia. Nell’estate del 2026, alle riunioni intersessionali dell’UN Framework Convention on Climate Change (UNFCCC, Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), i negoziatori dovranno portare avanti il lavoro per completare i parametri di valutazione dell’obiettivo globale sull’adattamento e giungere a un accordo sulle funzioni e sul quadro di governance del meccanismo per una transizione giusta. A dieci anni dalla promessa di Parigi di una nuova era di cooperazione sul clima, Belém ha ricordato che è possibile fare (pur imperfetti) progressi e che, una COP alla volta, continua lo sforzo collettivo per la vivibilità del pianeta.