La tenuta del cessate il fuoco a Gaza, la capacità siriana di consolidare la transizione e l’evoluzione delle relazioni GCC-Occidente definiranno il quadro geopolitico dei prossimi mesi. Per l’Europa, la sfida è tradurre il Patto per il Mediterraneo in risultati concreti
26 gennaio 2026
La tenuta del cessate il fuoco a Gaza, la capacità siriana di consolidare la transizione e l’evoluzione delle relazioni GCC-Occidente definiranno il quadro geopolitico dei prossimi mesi. Per l’Europa, la sfida è tradurre il Patto per il Mediterraneo in risultati concreti
di Silvia Samorè e Francesco Pace
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radizionalmente associati a ritmi lenti, il Vicino e il Medio Oriente si confermano alle prese con avvenimenti turbolenti, in un anno di transizioni profonde per la regione. Oltre alla fragile tregua a Gaza e alla storica visita di un Presidente siriano alla Casa Bianca, Ahmed al-Sharaa, con le impeccabili vesti e la folta barba, abbiamo assistito a una parziale svolta politica a Cipro Nord e a nuove tensioni nel Golfo Arabico. Alla fine dell’anno, il quadro rivela dinamiche in ridefinizione: l’architettura di sicurezza tradizionale, fondata sulla centralità statunitense, mostra crepe da sanare e di contro tentativi di rassicurazione da parte di Washington; l’Unione Europea tenta di rilanciarsi con il Patto per il Mediterraneo, una nuova forma di cooperazione con la sponda sud che potrebbe incidere anche sullo sviluppo del settore energetico.
Segnali di distensione, con riserve
Il cessate il fuoco tra Israele e Hamas, firmato il 9 ottobre a Sharm el-Sheikh con la mediazione di Egitto, Turchia, Qatar e Stati Uniti ha rappresentato l’evento più atteso dell’anno. Il forte impegno dell’Amministrazione Trump sembra finora costituire un elemento chiave per la sua tenuta, seppur fragile. Il Piano in venti punti prevede la fine delle operazioni militari, la liberazione degli ostaggi, un ritiro parziale israeliano e l’ingresso di aiuti umanitari. Se questa prima fase fatica a dirsi conclusa, la seconda dovrà affrontare nodi ancor più complessi: il futuro politico di Hamas, la ricostruzione economica – stimata in non meno di 50 miliardi di dollari – e la definizione di un modello di governance stabile per la Striscia, che finora ha faticato a trovare il coinvolgimento della compagine palestinese anche a causa dell’assenza di un’autorità legittimata ad amministrare Gaza. Inoltre, il controllo israeliano rimane determinante sull’intero processo, sancendo una forte asimmetria tra gli attori coinvolti, e le violenze persistenti in Cisgiordania sollevano interrogativi sulla sostenibilità della tregua.
Nel resto del Levante gli sviluppi appaiono più incoraggianti. A Cipro, la vittoria di Tufan Erhürman alle presidenziali dell’autoproclamatasi Repubblica Turca di Cipro del Nord, con il 62 percento dei consensi, segna una potenziale svolta per l’isola. Il leader del Partito Repubblicano Turco ha infatti riaffermato la prospettiva federalista e il riavvicinamento all’Unione Europea, prendendo le distanze dalla linea nazionalista filo-turca del predecessore Ersin Tatar. Benché la risoluzione della questione cipriota sia ancora lontana, a novembre Erhürman ha incontrato il Presidente cipriota Christodoulides, concordando di lavorare insieme per riavviare il processo di riunificazione sotto egida ONU.
Spostandoci a Est, in Siria, la transizione post-Assad è entrata in una fase molto delicata. La visita del presidente Ahmed al-Sharaa a Washington rappresenta una tappa storica, perché è la prima volta in oltre ottant’anni che un leader siriano viene ricevuto alla Casa Bianca. Ex comandante islamista, al-Sharaa si presenta come pragmatico e riformatore, un nazionalista sincero impegnato a ottenere la rimozione delle sanzioni e il sostegno per la ricostruzione. Il reintegro della Siria nei circuiti finanziari è essenziale per un’economia devastata da tredici anni di conflitto, che la Banca Mondiale stima abbiano causato danni superiori ai 200 miliardi di dollari. Il cessate il fuoco con le Forze Democratiche Siriane e le elezioni parlamentari di ottobre hanno consolidato la legittimità interna, ma la presenza militare turca nel nord e le incursioni israeliane nel sud mantengono elevati i rischi di destabilizzazione.
Le fragilità sociali e le minacce regionali
Il 2025 ha visto anche l’emergere di nuove forme di contestazione sociale nel Maghreb. In Tunisia, migliaia di manifestanti hanno protestato contro il presidente Saied, accusato di aver trasformato il Paese in una “prigione”. Le difficoltà nell’esprimere dissenso, le limitazioni alla libertà di stampa e la sospensione di organizzazioni della società civile hanno suscitato varie condanne. Per Saied si tratta di una dinamica in parte nuova, che andrà osservata nel 2026.
Bab Agnaou, una delle porte della Medina di Marrakesh, Marocco. Negli ultimi mesi del 2025, in Marocco, il movimento Gen Z 212 ha mobilitato decine di migliaia di giovani per chiedere maggiori opportunità lavorative e riforme strutturali nella sanità e nell’educazione
In Marocco, il movimento Gen Z 212 ha mobilitato decine di migliaia di giovani in proteste senza precedenti dalla Primavera araba. Organizzati attraverso social come Discord e TikTok, i manifestanti hanno chiesto riforme strutturali nella sanità e nell’educazione, lotta alla corruzione e opportunità lavorative per una generazione con disoccupazione giovanile al 37 percento. Il movimento, decentralizzato e apartitico, si distingue per il focus su questioni socioeconomiche. Entrambi i Paesi mostrano, dunque, che il rinnovo del contratto sociale tra governi e cittadini resta urgente e un tratto comune nella regione – anche se spesso sotterraneo.
La tenuta della tregua tra Israele e Iran rimane il tratto più caratterizzante e incerto sul fronte mediorientale. Le sanzioni ONU reimposte a settembre tramite il meccanismo di snapback limitano l’accesso iraniano a componenti avanzati per missili e nucleare, mentre Teheran ha sospeso la cooperazione con l’AIEA. Gli Houthi hanno dichiarato la cessazione degli attacchi nel Mar Rosso in concomitanza con il cessate il fuoco a Gaza, ma la minaccia alla sicurezza marittima non può considerarsi definitivamente superata e resta all’attenzione. Sembra che l’Iran e i suoi proxies siano in un momento di riassestamento dopo le manovre israeliane, con l’obiettivo di evitare di offrire a Tel Aviv pretesti per nuovi attacchi. Al tempo stesso la strategia sembra orientata a essere più preparati e meglio equipaggiati in futuro.
Tra i maggiori eventi dell’anno c’è poi l'attacco israeliano del 9 settembre a Doha: un altro evento inedito che ha scosso l’architettura di sicurezza regionale e i rapporti politici tra Stati Uniti e monarchie del Golfo. L’operazione, che ha colpito la leadership di Hamas durante discussioni su una proposta di cessate il fuoco, ha causato vittime civili e rappresenta il primo attacco diretto di Israele a uno Stato membro del GCC (Consiglio di Cooperazione del Golfo). L’episodio ha amplificato la crisi di fiducia verso l’ombrello americano: nonostante il Qatar ospiti la base di Al Udeid e sia un “major Non-NATO Ally”, Washington non ha impedito l’attacco.
La risposta del GCC è stata di inedita compattezza. L’Arabia Saudita ha formalizzato un accordo di mutua difesa con il Pakistan, richiamando l’Articolo 5 della NATO, mentre i contatti con la Turchia e la Cina si sono intensificati. Il viaggio di Trump nel Golfo a maggio, con accordi economici per oltre 2.000 miliardi di dollari, aveva confermato l’importanza strategica della regione e, dopo l’azione unilaterale di Tel Aviv contro il Qatar, il presidente USA è dovuto correre ai ripari proponendo prima un accordo di difesa avanzato con Doha, poi la tanto attesa fornitura di F35 all’Arabia Saudita, che in cambio ha ammorbidito le proprie posizioni sul processo di normalizzazione con Israele. L’adesione di Riad agli Accordi di Abramo rimane in ogni caso sospesa e subordinata a progressi concreti verso uno Stato palestinese, esacerbata dalla difficoltà a concludere simili accordi con l’attuale dirigenza israeliana.
L’UE infine ha proposto il Patto per il Mediterraneo, presentato il 16 ottobre a trent’anni dalla Dichiarazione di Barcellona. L’iniziativa mira a creare uno Spazio Mediterraneo Comune fondato su corresponsabilità, sostenibilità economica e sicurezza. Si tratta di approccio nuovo, la cui efficacia dipenderà dalla capacità europea di offrirsi come partner credibile di fronte alla crescente competizione con Russia, Cina e potenze del Golfo.
La dimensione energetica: corridoi e interconnessioni strategiche
L’energia costituisce uno dei pilastri della cooperazione nella regione e rappresenta una potenziale leva per il dialogo e la cooperazione, superando almeno alcuni degli scogli descritti. Il progetto ELMED, cavo sottomarino tra Sicilia e Tunisia operativo dal 2028, consentirà scambi bidirezionali rafforzando l’integrazione energetica. Il SoutH2 Corridor punta a fare del Nord Africa un hub di idrogeno verde verso l’Europa, mentre il GREGY tra Egitto e Grecia esporterà fino a 3.000 MW di rinnovabili.
L’IMEC (India-Middle East-Europe Corridor) rappresenta l’alternativa strategica occidentale alla Belt and Road cinese, sebbene le tensioni regionali ne rallentino l’implementazione. Il Piano Mattei italiano si integra in questa visione, promuovendo partnership energetiche con il Mediterraneo allargato e ricevendo finanziamenti significativi da Arabia Saudita ed Emirati. Questi progetti consolidano l’autonomia energetica europea e creano nuove interdipendenze con il vicinato meridionale.
Prospettive per il 2026
L’anno che si apre presenta sfide interconnesse. La conferenza internazionale per la ricostruzione di Gaza, prevista in Egitto in co-presidenza con Washington, è stata rinviata, ma resta un appuntamento cruciale. Dalle elezioni parlamentari in Iraq di novembre non è ancora emersa la figura che guiderà il Paese, benché la traiettoria intrapresa da Baghdad faccia ben sperare sulla stabilità interna. Gli appuntamenti elettorali in Egitto e gli sviluppi del processo cipriota offriranno indicatori importanti per intravedere i futuri orientamenti regionali.
La tenuta del cessate il fuoco a Gaza, la capacità siriana di consolidare la transizione e l’evoluzione delle relazioni GCC-Occidente definiranno il quadro geopolitico dei prossimi mesi. Per l’Europa, la sfida è tradurre il Patto per il Mediterraneo in risultati concreti, evitando che la transizione verde venga percepita come estensione dell'influenza europea. In un contesto di crescente frammentazione dell’ordine internazionale, la regione MENA resta banco di prova decisivo per nuovi modelli di governance multilaterale e per la trasformazione di una regione di frontiera in uno spazio di cooperazione e mutuo beneficio.
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