

N
on è la prima volta che il mercato petrolifero si trova in condizioni di eccesso di offerta, con prezzi deboli e il rischio di un forte crollo. È ciò che si prospetta per il 2026, quando la produzione crescerà più rapidamente della domanda, rallentata rispetto agli anni passati e a quanto sarebbe necessario per assorbire i volumi addizionali estratti.
I consumi globali nel 2026 dovrebbero raggiungere un nuovo massimo storico di 104,5 milioni di barili al giorno (mbg), circa 10 mbg in più rispetto al 2010. L’offerta, però, supererà la domanda di circa 2 mbg: un divario apparentemente modesto (meno del 2 percento del totale), ma enorme quando il mercato fissa i prezzi al margine, come accade per tutte le commodity, anche per la più importante al mondo, il petrolio.
Il settore vive una fase di abbondanza in un ciclo noto: alle fasi di prezzi in calo seguono rimbalzi altrettanto intensi, ma con tempistiche imprevedibili.
L’aumento contenuto della domanda nel 2026 — circa 0,6 mbg — riflette cambiamenti profondi nell’economia globale. Il primo riguarda la Cina, che sta passando da un modello trainato da industrie pesanti ad alta intensità energetica a uno più orientato ai servizi. A questo si aggiunge il rapido successo dell’auto elettrica, fortemente voluto dalla pianificazione centralizzata del partito comunista che, ufficialmente ama il mercato, ma nella sostanza si appoggia a politiche di comando e controllo che obbligano il comprare auto elettriche.
Per oltre vent’anni, la domanda cinese è stata il principale sostegno ai prezzi internazionali, culminati nel picco di 140 $/bbl nel 2008, più del doppio degli attuali. Oggi, invece, la debolezza dei prezzi verso i 60 $/bbl è dovuta alla stabilizzazione dei consumi cinesi attorno ai 17 mbg, quasi il doppio dei 9 mbg del 2008.
Il resto dell’Asia cresce a ritmi molto inferiori a quelli della Cina. Nei Paesi OCSE, che rappresentano ancora quasi metà dei consumi mondiali, si registrano cali. L’Europa non sorprende, data la crescita economica piatta, mentre sorprende la domanda negli Stati Uniti, il più grande mercato mondiale con 21 mbg, sostanzialmente ferma nonostante l’espansione economica.
La mobilità continua a dipendere quasi esclusivamente dai derivati del petrolio. Negli Stati Uniti c’è un ampio margine di efficientamento del parco auto e si registrano miglioramenti nel consumo medio. Allo stesso tempo sta lentamente penetrando l’auto elettrica, anche se a ritmi lontanissimi da quelli attesi qualche anno fa, mentre più semplicemente le modifiche negli stili di vita e di lavoro portano a spostamenti meno frequenti con le auto.
Rimangono però eccezionali i livelli di consumo degli automobilisti americani, con cilindrate medie oltre i 3.000 cc: un’abitudine che alimenta quella “oil addiction” già denunciata da George W. Bush. Per molti americani, l’auto è sinonimo di libertà e necessaria per coprire le grandi distanze che li separano dal lavoro, dalle scuole, dai parenti, dai supermercati.
Non stupisce quindi l’attenzione dei presidenti al prezzo della benzina alla pompa: oggi attorno a 3 $/gallone, ben lontano dalla soglia dei 4 dollari che irrita gli elettori. In termini europei, si tratta di 0,7 €/litro, contro gli 1,7 €/litro dell’Italia, dove pesano molto le tasse.
Anche Donald Trump mette al primo posto della sua agenda energetica il prezzo della benzina, più che la “energy dominance”. Nonostante il suo interventismo, non guarda con disfavore a un eccesso di offerta e quindi a prezzi più bassi per barile e benzina.
Molto meno attenzione viene data all’industria estrattiva nelle aree rurali — Texas, Pennsylvania, North e South Dakota — dove è nata la rivoluzione del fracking che ha reso gli Stati Uniti il primo produttore mondiale di petrolio, primo produttore di gas e primo esportatore di GNL.
Nel 2017, al suo primo mandato, Trump dovette scegliere se approfittare del crollo dei prezzi o proteggere i produttori nazionali, minacciati da un greggio a 50 $/bbl. All’epoca la produzione era di 9,3 mbg; oggi, con prezzi sotto i 60 $, la produzione è salita a 13,3 mbg, con una crescita che rallenta ma non si ferma.
La resilienza del fracking resta sorprendente e continuerà a sostenere l’espansione dell’offerta.
A incidere sull’eccesso di offerta è anche la posizione dell’OPEC, che dispone di 3,3 mbg di capacità inutilizzata — un livello raramente raggiunto — a fronte di una produzione di 28 mbg.
Come sempre, il peso maggiore è dei produttori mediorientali e, in particolare, dell’Arabia Saudita, che da mezzo secolo orienta le politiche del cartello. Il dilemma di Riyadh resta irrisolto: mantenere prezzi alti rischiando di frenare la domanda e lasciare sottoterra parte delle gigantesche riserve, oppure accettare prezzi più bassi per sostenere i consumi e garantire flussi finanziari costanti.
Il principe Mohammed bin Salman, dopo aver ipotizzato un rapido abbandono del petrolio entro il 2030, ha dovuto fare i conti con la realtà: la ricchezza saudita dipende ancora in modo decisivo dal greggio.
Nel 2026 la politica statunitense, con Trump più vicino alle esigenze saudite nel mantenere prezzi bassi, potrebbe accentuare la fase di abbondanza. I prezzi bassi, però, scoraggiano nuovi investimenti e nuove produzioni, preparando il terreno al successivo rimbalzo. Con una domanda che continuerà a crescere, l’equilibrio tornerà e i prezzi risaliranno.
L’unica certezza, nell’industria petrolifera, è la ciclicità — e l’instabilità delle quotazioni.