Dis-ordine globale & ri-ordino dell’energia

Le relazioni internazionali entrano in una fase di instabilità strutturale, mentre il sistema energetico si riconfigura con una velocità senza precedenti. Leggere insieme questi due processi è essenziale per comprendere la trasformazione in corso
Le relazioni internazionali entrano in una fase di instabilità strutturale, mentre il sistema energetico si riconfigura con una velocità senza precedenti. Leggere insieme questi due processi è essenziale per comprendere la trasformazione in corso
di

Lapo Pistelli

N

on stiamo vivendo una somma di crisi ma un vero e proprio cambio di fase. Il disordine non è più l’eccezione ma il nuovo sistema operativo delle relazioni internazionali. E l’energia – un settore storicamente lento, fatto di cicli lunghi e trasformazioni progressive – oggi è al centro di uno dei più rapidi processi di riordino degli ultimi cinquant’anni. Queste due dinamiche scorrono affiancate: un mondo conteso e un sistema energetico che cambia materiali, geografie e logiche. Non comprenderle insieme significa leggere solo metà del quadro.

 

 

Le logiche del dis-ordine

 

Partiamo dal dis-ordine internazionale. A prima vista potrebbe sembrare tutto imprevedibile: guerre, tensioni commerciali, blocchi navali, attacchi cyber. In realtà, il disordine segue dei pattern molto chiari. Il primo è la frammentazione del potere. Viviamo in un’architettura di poteri concorrenti. Stati Uniti e Cina fissano i paletti strategici, attori regionali come India, Turchia, Brasile e Paesi del Golfo avanzano con un’agenda autonoma e ambiziosa mentre la Russia opera da potenza revisionista, spesso fuori dalle regole. Il secondo è la normalizzazione del conflitto. Per decenni, abbiamo dato per scontato che una guerra su larga scala in Europa fosse impossibile.

 

Eppure eccoci qui: la guerra in Ucraina continua, il Medio Oriente vive un ciclo di escalation, le navi nel Mar Rosso vengono attaccate dai droni, l’Africa registra continui colpi di stato, e le tensioni crescono nell’Indo-Pacifico. Questo non è un picco temporaneo. È una tendenza strutturale. Le crisi non si succedono, co-esistono. Il terzo riguarda la fatica dell’ordine liberale. L’architettura istituzionale costruita dopo il 1945 è sotto tensione: il multilateralismo non funziona, l’ONU è paralizzato, il WTO incapace di occuparsi delle dispute, il G20 che sembrava la soluzione del dialogo appare sempre più diviso.

 

 

Viviamo in un’architettura di poteri concorrenti. Stati Uniti e Cina fissano i paletti strategici, attori regionali come India, Turchia, Brasile e Paesi del Golfo avanzano con un’agenda autonoma e ambiziosa mentre la Russia opera da potenza revisionista, spesso fuori dalle regole

 

 

A questo si aggiunge la “weaponization” dell’interdipendenza: sanzioni, divieti tecnologici, controlli sugli investimenti, restrizioni all’export. L’economia globale non è più un terreno neutrale: è un campo di competizione. E poi l’ultimo invisibile fronte: l’ascesa della guerra informativa. Disinformazione, deepfake, campagne di influenza non solo destabilizzano governi o elezioni: si tratta di strumenti a basso costo e massimo impatto, che erodono la fiducia, la risorsa politica più scarsa del nostro tempo.

 

Le cause profonde di questo dis-ordine sono molte: la transizione di potere tra Stati Uniti e Cina, l’eredità lunga degli shock del 2008 e della pandemia, la fine dell’iper-globalizzazione, la divergenza demografica tra Nord e Sud, la polarizzazione interna nelle democrazie e lo stress climatico che agisce come amplificatore. Nel radar dell’anno che verrà ricollochiamo i consueti scenari: le tensioni nello Stretto di Taiwan, le provocazioni e gli incidenti al confine fra NATO e Russia, i sabotaggi nella “grey zone”, dalla fibra sottomarina alle infrastrutture energetiche. Una dimensione ibrida che non è guerra, ma certamente non è pace. E tutto questo, cigni neri permettendo.

 

 

La nuova mappa dell’energia

 

E veniamo allora al ri-ordino: se il quadro geopolitico si scompone, l’energia si sta ricomponendo con una velocità inattesa. Il 2022 ha segnato un punto di rottura: la sicurezza energetica è tornata al centro, insieme alla competitività, ridefinendo il tradizionale trilemma. Nella sua riscrittura, sostenibilità economica, sicurezza e transizione non procedono più allineate: si negoziano, si compensano, si sacrificano quando serve. Anche l’opinione pubblica si fa volatile: l’energia diventa linea di frattura politica. Gli obiettivi climatici restano, ma competono con la gestione dei rischi e dei costi.

 

Per chi vive nel mondo dell’industria si tratta di una notizia buona, in fondo: le policies non possono forzare oltre misura il mercato e la maturità delle tecnologie. Il realismo torna a essere la misura delle scelte possibili, dunque sostenibili.

 

 

Il porto di Amburgo. L’Europa, stretta fra la competizione sino-americana e l’aggressività russa, cerca di reagire attraverso diversificazione, import di GNL, nuove infrastrutture, maggiore integrazione mediterranea

 

 

La nuova mappa del potere energetico globale riflette questo equilibrio. Gli Stati Uniti sono diventati l’egemone energetico inatteso, lo swing supplier: prima lo shale, oggi il GNL, una forte industria cleantech, un ruolo crescente nella sicurezza energetica europea imposto dalla leadership politica. La Cina, al contrario, domina la transizione materiale: solare, batterie, EV, terre rare, processing minerario. Nella nuova economia, chi controlla la filiera dei minerali controlla la velocità della transizione. I Paesi del Golfo si muovono con pragmatismo: investono in energia tradizionale e rinnovabile, puntano sulle nuove tecnologie; attraverso i fondi sovrani costruiscono una piattaforma geo-economica sempre più ampia. La Russia invece ha perso l’Europa, si è girata verso l’Asia, ma a prezzo di una perdita strutturale di influenza dato che le condizioni sono dettate da altri.

 

L’Europa, e con essa l’Italia, cerca di reagire a questa crisi, stretta fra la competizione sino-americana e l’aggressività russa: diversificazione, GNL, nuove infrastrutture, maggiore integrazione mediterranea e una lenta ma progressiva revisione delle proprie ambizioni, non sostenute da altrettanta leva geopolitica.

 

La mineral trap

 

La transizione energetica non è fatta solo di tecnologie ma di minerali: litio, nichel, rame, grafite, terre rare sono la nuova base industriale dell’energia pulita. Qui nasce la mineral trap: sommiamo dipendenze tradizionali con nuove, più ambigue, dipendenze minerali, geograficamente limitate nell’upstream ma pesantemente concentrate nella fase della raffinazione. Ribaltare questo tavolo sembra impossibile: l’egemonia cinese è partita da lontano e ha guadagnato almeno una decina di anni di distacco.

 

 

 

 

Nel nuovo disordine, l’energia è una leva geopolitica. Le sanzioni ridisegnano i flussi; i cyberattacchi colpiscono le infrastrutture; i sabotaggi mostrano la vulnerabilità di gasdotti e cavi sottomarini; dazi e divieti costruiscono barriere più alte di molti confini fisici.

Per un Paese come l’Italia, la risposta ha un nome: resilienza. Ridondanza, diversificazione, protezione delle infrastrutture, cooperazione con il Mediterraneo allargato e dialogo costante con alleati e partner.

 

 

Il ruolo dell’AI

 

Abbiamo lasciato per ultimo un nuovo animale (di cui WE si è già occupata) che si aggira per la scena, e che condizionerà in modo inedito sia le relazioni internazionali che la competizione energetica: l’AI, con i suoi centri di calcolo e i suoi big data. Sul fronte del risparmio, l’intelligenza artificiale promette grandi cose nella gestione della rete e degli stoccaggi, nel trading e nel pricing, nelle previsioni meteorologiche, perfino nella modellazione di scenari o nella creazione di nuovi materiali. Ma per il momento si tratta di promesse.

 

 

L’intelligenza artificiale, con i suoi centri di calcolo e i suoi big data, è una tecnologia totale che condizionerà in modo inedito sia le relazioni internazionali sia la competizione energetica

 

 

Su quello invece dell’energia richiesta, sappiamo solo che la domanda sarà enorme, considerato che l’AI sta crescendo e cambiando più velocemente delle previsioni della Legge di Moore sui chip.

Ricordiamo però che l’IA è una tecnologia totale

Influenza la politica e la scienza, l’energia e l’economia. Può garantire la sorveglianza totale e il tracciamento e l’eliminazione di bersagli nemici, ma può consentire di ricostruire la catena delle proteine e di potenziare il cervello umano fino al compimento della teoria della “singolarità” di Kurtzweil. La grande differenza tra la rivoluzione digitale degli anni ’90 e la rivoluzione odierna è che la prima è avvenuta in un tempo di mentalità win-win, con il digitale mirato ad aprire nuove opportunità a tutti; la seconda si sta sviluppando in un mondo competitivo. Putin ha dichiarato nel 2017: “Chi sarà leader nell’intelligenza artificiale, guiderà il mondo”. Xi ha promesso che la Cina sarà alla guida dell’AI entro il 2030.

 

La geopolitica oggi plasma l’energia. E sempre più spesso, l’energia plasma la geopolitica, poiché è diventata il sistema nervoso della competizione globale. Comprendere questa trasformazione non è un esercizio analitico: è una necessità strategica perché leggere bene il disordine permette di guidare meglio il riordino.