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osì vicino alla Luna c’era arrivato soltanto Elliott con la sua bicicletta. Nel cestino portava ET, l’extraterrestre creato dalla fantasia di Steven Spielberg che dagli anni Ottanta ha fatto sognare tante generazioni. Gli astronauti della missione Artemis II hanno invece mostrato il lato nascosto della Luna, confermando come in tempi così complicati si possa ancora tenere il naso all’insù e immaginare altri mondi. La capsula Orion è ammarata vicino a San Diego, in California, dopo aver percorso 694.481 miglia, una distanza record dalla missione Apollo 13 del 1970. Ha viaggiato a Mach 33, cioè 33 volte la velocità del suono. Valori mai raggiunti prima.
Un successo anche per la NASA, che negli ultimi anni sembrava dover cedere il passo alle grandi aziende private con ambizioni celesti. I risultati sono evidenti: dalle nuove immagini ad alta definizione della superficie lunare, riprese da una prospettiva che mancava dall’era delle missioni Apollo, ai progressi cruciali nella tenuta dello scudo termico durante il rientro - un passaggio chiave, dopo le criticità emerse nel precedente volo di prova senza equipaggio.
Restano in ombra, ma sempre decisive, le conseguenze (geo)politiche. In tempi di competizione senza esclusione di colpi, in cui Stati Uniti e Cina - ma non solo loro - si marcano stretti a vicenda e l’Europa mostra tutta la sua debolezza, questa missione ha riunito il fronte occidentale, messo a dura prova anche dalle guerre. Usa e Ue hanno condiviso il progetto, rendendo possibile il viaggio. Il motore della navicella è frutto del lavoro dell’Esa ed è stato costruito da aziende europee, l’Italia stessa ha fornito componenti essenziali. L’agenzia europea sta pure realizzando la futura stazione spaziale in orbita lunare.
Il programma Artemis rappresenta il tentativo americano di ristabilire una leadership nello spazio profondo, con basi lunari e infrastrutture capaci di sostenere missioni di lunga durata e, come rilanciato dal presidente Donald Trump, di fare da trampolino verso Marte. È una visione che combina alleanze internazionali e soft power.
La Cina avanza con una strategia più silenziosa ma altrettanto ambiziosa. La sonda cinese Chang’e-6 ha completato nel 2024 una missione storica, riportando sulla Terra i primi campioni di roccia e suolo del lato “oscuro” della Luna. Pechino punta a una base lunare internazionale alternativa, proponendosi come polo di attrazione per i Paesi emergenti. In un mondo sempre più dipendente da dati, connessioni e sistemi intelligenti, le orbite e le tecnologie spaziali diventano quindi infrastrutture critiche oltre che frontiere energetiche. La Luna, in particolare, è al centro dell’interesse anche per le sue potenziali risorse, come l’elio-3, considerato promettente come combustibile per la fusione nucleare di prossima generazione.
Non è solo una questione di prestigio. La posta in gioco di ogni missione spaziale è un equilibrio di potere (chi definirà gli standard tecnologici, chi controllerà l’accesso alle risorse, chi gestirà le infrastrutture critiche). Eppure, resta un’immagine che sovrasta ogni competizione: la Terra vista dalla Luna.
In questa fase, le parole del comandante della missione Artemis, Reid Wiseman, valgono quanto quelle di un capo di Stato:
“Speravamo davvero,
nel profondo del nostro cuore,
di poter far fermare il mondo,
anche solo per un istante,
e ricordare che questo è un pianeta
meraviglioso e un luogo davvero
speciale nel nostro universo,
e che dovremmo tutti apprezzare
ciò che ci è stato donato”.
Chissà che i grandi della Terra abbiano guardato la luna (e non il dito, come recita il celebre detto) almeno per un istante.