Europa tra autonomia e dipendenza 

Il conflitto in Ucraina ha accelerato il riposizionamento strategico dello spazio nelle politiche europee. L’Unione punta a rafforzare autonomia tecnologica e capacità operative, ma restano forti dipendenze esterne, fragilità industriali e nodi irrisolti nella governance 
Il conflitto in Ucraina ha accelerato il riposizionamento strategico dello spazio nelle politiche europee. L’Unione punta a rafforzare autonomia tecnologica e capacità operative, ma restano forti dipendenze esterne, fragilità industriali e nodi irrisolti nella governance 
di Giancarlo La Rocca

A

 quattro anni dall’invasione dell’Ucraina, l’Europa si trova a gestire una trasformazione radicale della propria postura spaziale. Il cambiamento è prima di tutto culturale: lo spazio non è più percepito come campo puramente scientifico o strumento economico, ma come snodo strategico che unisce politica estera, difesa e sovranità tecnologica. Il riposizionamento dello spazio nelle agende pubbliche risponde, quindi, alla necessità di poter disporre dei propri assetti quando e dove necessario, un obiettivo inseguito lungo tutta la storia della cooperazione spaziale europea e diventato oggi decisivo in un contesto internazionale in rapido mutamento. Ridurre una dipendenza strutturale, che per decenni ha reso il continente vulnerabile alle decisioni altrui, è ormai una priorità strategica. 

 

La recente European Space Conference (ESC) di Bruxelles, nel solco del Consiglio Ministeriale dell’European Space Agency (ESA) del novembre 2025 – dove si è registrato un record storico di sottoscrizioni – segnala una rinnovata volontà di investire nello spazio. Sul fronte dei lanciatori – i razzi che permettono di trasportare satelliti e carichi utili in orbita – Ariane 6, con la configurazione 64 già operativa per lanci commerciali di grande portata, e il recupero di Vega-C, restituiscono all’Europa un accesso indipendente allo spazio dopo anni di stallo. Galileo è pienamente operativo, con nuovi servizi all’avanguardia, prossimo al lancio del segnale PRS per attività governative e militari e già proiettato verso la seconda generazione. Copernicus vive un’espansione essenziale per mantenere la leadership nel monitoraggio ambientale e climatico; le decisioni di portare avanti nuovi programmi di osservazione per uso governativo e di sicurezza, in ambito comunitario ed ESA, promettono di colmare alcune lacune e rafforzare gli strumenti a disposizione. Infine, l’annuncio dell’operatività di Govsatcom segna un traguardo lungamente atteso per garantire comunicazioni sicure e sovrane a tutti gli stati membri, in attesa degli sviluppi su IRIS2 (Infrastructure for Resilience, Interconnectivity and Security by Satellite) entro il 2030. 

 

Lo squilibrio transatlantico

 

È un quadro che, visto dall’esterno, potrebbe sembrare quello di una potenza spaziale matura. Eppure, vi è una complessità maggiore, che racchiude ambiti dove la strada verso l’autonomia è piuttosto tortuosa. Dalle dichiarazioni dei vertici europei della Conferenza di Bruxelles emerge l’esigenza di compiere un salto quantico su diversi tavoli dove le dipendenze sono più esposte. La proposta di budget nel prossimo Multiannual Financial Framework di 131 miliardi di euro è senza precedenti e unisce spazio e difesa in un pacchetto unificato, innestandosi su iniziative annunciate dal Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, Andrius Kubilius all’ESC quali lo European Space Shield ed il Virtual Space Command, snodo centrale ad oggi mancante nell’architettura europea, già evocato nel gennaio 2022 dal precedente Commissario Thierry Breton. 

 

Lancio del satellite Sentinel-1A. Inizio della fase operativa del programma Copernicus per il monitoraggio ambientale e climatico

 

In materia di intelligence, Early Warning, capacità di lancio reattivo e Space Domain Awareness, l’autonomia è lungi dall’essere compiuta. Permane uno squilibrio transatlantico che configura, più in generale, uno slittamento verso il vocabolario strategico statunitense: l’Europa cerca di adattarsi a quel lessico, finendo per misurarsi su parametri di origine americana che amplificano un più ampio ritardo tecnologico. Già il Rapporto Draghi sulla competitività evidenziava la necessità di ridurre dipendenze esterne e vulnerabilità strategiche, intervenendo alla base della catena del valore sulle materie prime critiche e tracciando la rotta per un vero mercato unico dello spazio e un coordinamento della spesa pubblica. Elementi che il dibattito intorno alla proposta di European Space Act sembra alle volte tralasciare, trascurando l’esigenza di superare uno status quo fermo al Trattato di Lisbona del 2007. 

 

Tra i tanti temi aperti dalla riflessione su autonomia e dipendenza, il settore della connettività è il fronte più acceso. Starlink continua a dimostrare la sua rilevanza in Ucraina, specialmente dopo nuove misure che ne limitano l’uso non autorizzato da parte delle truppe russe, dando dimostrazione dell’urgenza di garantire un comando e controllo distribuito, sicuro, affidabile e disponibile. La sua natura privata, soggetta alla discrezionalità di un singolo attore, ha da tempo allarmato le istituzioni europee. Dalla Conferenza di Bruxelles emergono però più ombre che luci su IRIS²: mentre si afferma che il programma sarà superiore a Starlink, rappresentanti dell’industria definiscono la sua governance un esempio di come non fare le cose. Questa percezione distorta nasconde il rischio di confondere la competitività commerciale con la necessità strategica, inseguendo un modello difficilmente riproducibile. 

 

I nodi irrisolti concepiti a Bruxelles non sono però solo tecnologici, né interamente imputabili alle dinamiche globali. Il primo e più profondo riguarda la natura dello stimolo al cambiamento. La spinta verso la sovranità europea nello spazio è largamente eteronoma: dettata dal distacco americano, dalla guerra in Ucraina, dalla competizione tra grandi potenze – non da una matura volontà interna. Tanto più che, se l’attuale riposizionamento strategico dello spazio è dovuto a fattori esterni, sono le sfide squisitamente interne quelle più profonde, cruciali per risolvere le questioni di autonomia. Non poche sono le preoccupazioni affiorate all’ESC su burocrazia, governance inefficiente, competizione intra-europea e spinte nazionali. Queste ultime sono allo stesso tempo necessarie alla costruzione di capacità europee e NATO di pooling and sharing, qualora implementate in chiave di interoperabilità, ma possono anche frantumare l’azione europea rendendola vana. 

 

Le lezioni del passato 

 

In questa prospettiva, come evitare le trappole della dipendenza e dell’irrilevanza? Come interpretare la tensione tra spinte centrifughe e integrazione europea? Questi interrogativi richiamano lezioni dal passato e risposte trovate faticosamente in oltre sessant’anni di cooperazione europea.  Già nel maggio del 1966, una Tavola Rotonda organizzata dall’Istituto Affari Internazionali metteva in luce le fragilità strutturali del continente sulla cooperazione spaziale. Pur dando risalto agli sforzi multilaterali per mettere in comune rispettive risorse finanziarie, tecniche e industriali – unicum nel panorama mondiale – gli esperti descrivevano la cooperazione spaziale come afflitta da frammentarietà negli organismi di settore, da obiettivi talvolta in contrasto, dall’assenza di una politica spaziale comune e di un coordinamento efficace. La diagnosi era impietosa: inevitabile dispendio di risorse e duplicazioni, mancanza di stabilità programmatica e istituzionale, assenza di cooperazione effettiva con gli Stati Uniti. L’Italia, in particolare, sosteneva iniziative d’avanguardia per il geo-ritorno, il coordinamento e l’integrazione – e addirittura la fusione – degli organismi esistenti. 

 

Il primo satellite italiano in orbita, segnale della precoce partecipazione europea alla corsa allo spazio

 

Quella diagnosi trovò conferma nel decennio successivo. La divisione tra ELDO (Convenzione per l’istituzione di una Organizzazione Europea per lo Sviluppo e la Costruzione di veicoli di lancio Spaziale), responsabile dei lanciatori, ed ESRO (Convenzione per l’istituzione di una Organizzazione Europea della Ricerca Spaziale), dedicato alla ricerca scientifica, era diventata emblema di una paralisi organizzativa e di una visione strutturalmente incapace di produrre risultati. Competenze separate e mancanza di coordinamento portarono a inefficienze ed errori gestionali gravi, in un contesto pre-ESA in cui già si discuteva di superamento del geo-ritorno e di preferenza europea. Ripetute crisi, dovute a fuoriuscite e disimpegni da parte di Francia, Regno Unito e Italia, sancirono il fallimento di quel modello, aprendo una stagione fatta al contempo di singoli programmi nazionali – proprio nelle telecomunicazioni, come il programma Sirio italiano – e della fase costituente dell’ESA, in grado di attuare le riforme di governance e politica industriale discusse nei quindici anni precedenti, puntando a rafforzare un’industria europea pesantemente frammentata. 

 

Una necessità strategica globale 

 

Oggi, come negli anni Sessanta, sorgono spontanee alcune domande: la frammentazione avrà la meglio? Pesano di più le spinte centrifughe o l’integrazione europea? Le storie di successo che permettono all’Europa di vantare oggi infrastrutture d’eccellenza dimostrano che, nonostante le resistenze, l’integrazione ha prevalso quando è stata spinta da logiche di autonomia e percepita come necessità strategica globale. 

 

Ancor più di Copernicus – pur nato come strumento di sovranità informativa per clima e ambiente – il programma Galileo rappresenta la sintesi perfetta di questo percorso. Proposto negli anni Novanta per scopi civili, affonda le sue radici nella volontà di acquisire capacità indipendenti per influire sulle questioni globali. La sua storia è segnata dalla tensione tra logiche di mercato e ambizioni politiche, e dalle fratture tra Stati europei che davano priorità alla fattibilità commerciale e al mantenimento dello status quo con gli Stati Uniti piuttosto che a visioni di autonomia – anticipando il dibattito ormai decennale sulla natura più o meno aperta dell’autonomia strategica, introdotta nel 2016 dall’EU Global Strategy. Infine, nel 2007 si imporrà il sostegno ad un Galileo modellato su un progetto di sovranità. Da quel percorso emerge una lezione che vale ancora oggi: non si tratta più soltanto di rispondere e reagire agli shock esterni, ma di assicurare una logica implementazione e dare prova concreta delle ambizioni europee alla luce delle capacità disponibili. 

 

L’Europa amplia le proprie capacità di accesso allo spazio con Vega, acronimo di Vettore Europeo di Generazione Avanzata, un razzo per piccoli satelliti

 

È in questa luce che va letta la recente costituzione di Bromo, nuova società paritetica tra Airbus, Thales e Leonardo per l’integrazione delle attività satellitari e dei servizi spaziali, annunciata nell’autunno 2025. La sua rilevanza non è solo industriale: Bromo è, potenzialmente, il tipo di aggregazione dal basso che può coadiuvare a superare le inerzie istituzionali, portando le logiche nazionali verso un orizzonte europeo, contribuendo quantomeno a federare la domanda interna.

 

Il suo successo, però, dipende da due condizioni che rimandano direttamente ai nodi identificati in apertura. La prima è la rapidità decisionale europea: il progetto industriale richiederà circa due anni per diventare operativo.  La seconda è, ancora, la disponibilità di una domanda interna adeguata – lo stesso tema che il Rapporto Draghi aveva indicato come prioritario e che il dibattito istituzionale continua a procrastinare. È un difficile equilibrio, retto da continui aggiustamenti di rotta e negoziazioni, più che dall’eventualità di raggiungere sintesi strutturali. L’Europa ha gli strumenti per affrontare queste sfide, ma il margine di tempo è più stretto rispetto agli anni Sessanta e il costo dell’irrilevanza più alto.