
Pechino punta a integrare spazio, economia e sicurezza nazionale, sfidando il primato tecnologico di Stati Uniti ed Europa
Pechino punta a integrare spazio, economia e sicurezza nazionale, sfidando il primato tecnologico di Stati Uniti ed Europa

Pechino punta a integrare spazio, economia e sicurezza nazionale, sfidando il primato tecnologico di Stati Uniti ed Europa
C
he lo spazio sarebbe diventato sempre più rilevante sul piano strategico e sempre più attraente sotto il profilo commerciale era fuori discussione. Meno evidente, invece, era quanto rapidamente il vantaggio competitivo si sarebbe spostato verso chi costruisce le infrastrutture di base che rendono lo spazio un ambiente operativo cruciale, né con quanta determinazione la Cina avrebbe cercato di assicurarselo.
Nella sua agenda spaziale multilivello, Pechino considera le grandi reti internet satellitari come uno dei pilastri strategici della connettività globale e delle applicazioni dual use. L’espansione di queste costellazioni è destinata a rimodellare la connettività mondiale e ad alimentare la competizione per la definizione di standard internazionali e per l’influenza geopolitica, dalle allocazioni dello spettro radio alla sicurezza nello spazio.
Per la leadership cinese, lo spazio rappresenta da tempo una sorta di nuovo “momento Sputnik”: una corsa per colmare il divario con l’Occidente, ma anche un potente simbolo di prestigio nazionale, strettamente legato al primato nella difesa, nella sicurezza economica e nel progresso scientifico. Come accadde per Stati Uniti e Unione Sovietica durante la Guerra fredda, anche Pechino utilizza le proprie imprese spaziali per alimentare l’orgoglio nazionale, trasformandole al tempo stesso in leva di sviluppo economico e avanzamento scientifico.
La notifica presentata da Pechino all’International Telecommunication Union (ITU) alla fine del 2025 per la messa in orbita di oltre 200.000 satelliti — che si aggiungono ai piani già esistenti per più di 50.000 — dà la misura dell’ampiezza di queste ambizioni. Nello spazio, il controllo dello spettro radio, cioè l’assegnazione delle frequenze, equivale a potere: assicurarselo in anticipo significa influenzare chi potrà operare e competere nelle future infrastrutture orbitali. La Cina ha iniziato a sviluppare un programma spaziale competitivo relativamente tardi, ma da allora ha fatto rapidi progressi.
Dopo aver inviato il suo primo astronauta in orbita nel 2003, ha costruito la propria stazione spaziale, ha condotto missioni sulla Luna e, con il progetto Chang’e (che prende il nome dalla dea della Luna), ha riportato sulla Terra campioni lunari. Il Paese ha un programma spaziale ambizioso e di ampio respiro: punta a lanciare entro il 2028 una missione di ritorno di campioni da Marte; prevede di realizzare, entro il 2030, un allunaggio con equipaggio, di costruire impianti solari spaziali in orbita geostazionaria e di rendere operativi circa 28.000 satelliti in costellazione per la connessione internet (Guowang e SpaceSail). L’obiettivo generale è diventare la principale potenza spaziale del mondo entro il 2045. Quella che era iniziata come una corsa per recuperare il terreno perduto si è trasformata in una sfida per Europa e Stati Uniti.
Pechino intende concentrarsi strategicamente sullo spazio, perché è un dominio che si collega all’economia reale e supporta obiettivi sia civili sia militari. Nel 15° Piano Quinquennale (2026–2030), il principale strumento di pianificazione economica e politica del paese, Pechino descrive lo spazio come un settore pilastro emergente: una definizione non nuova ma che, in questo caso, indica il forte concentrarsi dell’attenzione su sfruttamento commerciale e scalabilità. Ciò emerge chiaramente dalle politiche del governo centrale, che fissano diversi obiettivi per il settore spaziale, tra lanci, infrastrutture e missioni con equipaggio umano, la maggior parte dei quali saranno con ogni probabilità raggiunti nel prossimo futuro.
Al cuore dell’ambizione cinese c’è l’obiettivo di sfruttare lo spazio a sostegno di un più ampio sviluppo economico. Il settore spaziale comprende infatti di un gran numero di tecnologie e materiali avanzati, dai sistemi di informazione e comunicazione, ai materiali critici, allo stoccaggio di energia, ed è pertanto un forte catalizzatore per l’upgrading industriale. Va inoltre considerato che la Cina è entrata in una nuova fase di sviluppo economico, ha potenziato la propria capacità di innovazione ed è in transizione verso una crescita a maggior valore aggiunto.
Nel complesso, l’industria spaziale cinese, un tempo settore di nicchia, sta diventando una presenza pervasiva. La Cina è già una fornitrice di servizi spaziali, in particolare per la navigazione satellitare e l’osservazione della Terra. Sistemi come BeiDou e i satelliti ottici radar Gaofen supportano applicazioni sia civili sia militari e vengono esportati verso i paesi partner. La Cina fornisce anche infrastrutture spaziali, compresi satelliti e sistemi di terra, a mercati come Pakistan, Brasile ed Egitto. Il valore dell’industria della navigazione satellitare cinese cresce, seppure lentamente, e nel 2024 ha toccato i 73 miliardi di euro, contro i 42 miliardi di euro circa dell’Europa. Eppure, a dominare la classifica mondiale dei ricavi nel settore dei sistemi di navigazione satellitare (GNSS) sono Stati Uniti ed Europa (55 percento), mentre la quota della Cina resta relativamente modesta (13 percento).
Per sostenere l’economia spaziale in vista della sua futura espansione, Pechino ha introdotto la strategia Space Plus, volta a integrare nuove frontiere nello sviluppo spaziale. La strategia prevede progetti per il turismo spaziale, infrastrutture digitali orbitanti e l’avanzamento del progetto di estrazione mineraria spaziale Tiangong Kaiwu (che prende il nome da testi scientifici della Cina antica). La priorità dello spazio si riflette anche nei finanziamenti pubblici: nel 2024 la spesa spaziale del governo cinese è stata di circa 17 miliardi di euro, seconda solo a quella degli Stati Uniti (69 miliardi di euro) e pari a più del doppio dei 7,7 miliardi di euro stanziati dalla European Space Agency (ESA).
Le imprese statali rimangono la spina dorsale del settore spaziale cinese e sono alla guida di importanti progetti, tra cui la famiglia di razzi Long March (Lunga Marcia), i satelliti di navigazione BeiDou (la risposta cinese al GPS) e le costellazioni satellitari per l’internet spaziale. La Cina si è inoltre dotata di una base industriale relativamente matura per la produzione di satelliti e razzi e ha ampliato la propria rete di stazioni di terra per la telemetria, il tracciamento e il comando (TT&C), in patria come all’estero.
Pilastro fondamentale della strategia cinese è lo sviluppo dell’internet spaziale. Nel Paese, la domanda di connettività ad alta velocità è in crescita e le reti terrestri sono prossime al limite: l’internet satellitare è pertanto essenziale per estendere la copertura a livello mondiale. Intanto, la megacostellazione SpaceSail, rivale di Starlink, punta ai mercati esteri. SpaceSail è attualmente disponibile in sei paesi, tra cui Brasile e Pakistan, e mira a raggiungere più di trenta altri paesi. Per molti paesi in via di sviluppo, SpaceSail potrebbe rappresentare un balzo in avanti tecnologico, mentre per la Cina significa aprire nuove opportunità commerciali e geopolitiche: conquistare mercati, definire standard ed espandere la propria influenza.
L’effettivo conseguimento di questi ambiziosi obiettivi dipenderà da come Pechino affronterà le proprie debolezze strutturali. Permane infatti un divario tra le ambizioni della visione governativa e la capacità del paese di realizzarle su larga scala, e questo scarto è particolarmente evidente nella capacità di dispiegamento dei satelliti. Pechino ha presentato domanda per l’allocazione di frequenze radio per centinaia di migliaia di satelliti, ma è in ritardo sui propri obiettivi di dispiegamento, come nel caso delle megacostellazioni di SpaceSail e Guowang. È pertanto forte la pressione per rispettare le scadenze dell’ITU, a pena di perdere i diritti sullo spettro.
La competizione rimane intensa: il programma Starlink di SpaceX, operativo in oltre 130 paesi, si avvale di razzi riutilizzabili Falcon, che riducono i costi e aumentano la frequenza dei lanci, mentre la Cina si affida ancora in gran parte ai razzi monouso Long March. La capacità di lancio rappresenta un vincolo importante. Il dispiegamento di grandi costellazioni richiede lanci frequenti e a basso costo, rendendo fondamentale la disponibilità di razzi riutilizzabili. Diverse aziende statali e private, come LandSpace, sono impegnate nello sviluppo di queste tecnologie, ma i progressi restano disomogenei, ostacolati da sfide tecniche, normative e strutturali.
Per colmare queste lacune, Pechino incoraggia gli attori privati a entrare nei settori di nicchia dell’innovazione, dove velocità, modularità e riduzione dei costi sono di fondamentale importanza. Le aziende spaziali commerciali sono aumentate dalle 30 del 2018 alle quasi 600 di oggi, e producono razzi riutilizzabili, satelliti a basso costo, componenti e servizi a banda larga. L’approccio cinese si ispira ad alcuni elementi del modello statunitense, replicando la competizione per la migliore tecnologia, ma i risultati sono contrastanti. Le imprese private continuano a dipendere dalle infrastrutture e dai finanziamenti statali, situazione che limita la concorrenza.
I vincoli strutturali interessano anche finanziamenti e risorse umane. La Cina produce un gran numero di laureati in discipline STEM e di ingegneri, e ha oltre 80 milioni tecnici professionali, più della popolazione italiana, ma sfruttare appieno questo grande potenziale intellettuale per promuovere nuove scoperte e innovazione rimane un’impresa ardua. Meccanismi di finanziamento rigidi e la frammentazione istituzionale possono rallentare la transizione dalla fase di ricerca e sviluppo (R&S) alla commercializzazione, mentre le tante sfide economiche, tra cui la disoccupazione giovanile, rendono più difficile dare sostegno a una forza lavoro altamente qualificata.
Vi sono poi anche i vincoli esterni. Mentre espande la propria presenza nei mercati spaziali globali, la Cina deve anche far fronte alle tensioni geopolitiche. Le infrastrutture spaziali, in particolare quelle per le comunicazioni e la navigazione, sono strettamente legate alla sicurezza nazionale, il che ne limita l’adozione in alcune regioni, anche se altrove la domanda è in crescita. Per ampliare la propria proiezione internazionale, la Cina ha stretto partenariati attraverso la diplomazia spaziale, per esempio cooperando con la Russia nell’esplorazione lunare, collaborando con l’Europa nella ricerca climatica e nell’osservazione della Terra, o costruendo stazioni di terra in Namibia. Ma questi sforzi non si traducono necessariamente in una leadership globale.
Nel loro insieme, questi fattori indicano una traiettoria promettente ma non esente da sfide. La capacità della Cina di tradurre obiettivi strategici di lungo periodo in una leadership spaziale dipenderà meno dalle ambizioni dichiarate e più dalla sua capacità di portare a scala dispiegamento e implementazione, di promuovere l’innovazione e muoversi in un contesto internazionale sempre più competitivo e conteso.
Lo Space Act non si limita a uniformare le regole ma introduce una filosofia nuova. Le linee politiche restano prerogativa di Stati e istituzioni europee, ma si punta a far crescere un’industria aerospaziale capace di eccellere a livello globale. L’ESA ha selezionato startup e aziende private per sviluppare piccoli lanciatori leggeri e riutilizzabili, ampliando la capacità competitiva europea oggi dominata dalle società di Bezos e Musk. Con IRIS, la nuova costellazione europea per Internet veloce, si propone una risposta a Starlink e si rafforza un modello pubblico-privato che coinvolge grandi gruppi come Airbus, Thales Alenia Space e Leonardo, insieme a numerose PMI innovative. Dentro questo modello stanno nascendo prodotti di livello mondiale: aziende che trasportano satelliti in orbite precise, software che permettono ai satelliti decisioni autonome, mani robotiche per l’aggancio di detriti, sistemi di rifornimento per prolungare la vita operativa dei satelliti. Accanto a Italia, Francia, Germania e Portogallo – tra i Paesi più avanzati – anche altri partner UE contribuiscono con soluzioni innovative, come mini-lanciatori a costi ridotti (Germania), capsule riutilizzabili per merci e, in futuro, per il trasporto umano (Germania/Francia), razzi di dimensioni ridotte per piccoli carichi (Spagna), radar satellitari capaci di operare anche in condizioni meteorologiche avverse (Finlandia). La Svizzera, con ClearSpace, partecipa allo spazio europeo e sarà protagonista nel 2026 con la sperimentazione ESA di rimozione dei detriti.
L’ascesa della Cina nel settore spaziale si comprende meglio come il prodotto di un modello guidato dal governo, che privilegia indirizzo centrale, scala e visione strategica di lungo periodo. Questo approccio ha garantito una solida espansione della ricerca e delle infrastrutture spaziali in Cina, ma non basta ad assicurare al paese la leadership lungo tutto lo spettro delle tecnologie spaziali. In parole semplici, la Cina potrebbe primeggiare nella ricerca lunare e competere con gli Stati Uniti nell’invio di astronauti sulla Luna. I ritardi nei piani di allunaggio dell’agenzia spaziale statunitense, ora rimandati almeno al 2028, stanno avvicinando la tabella di marcia di Washington a quella di Pechino, fissata per il 2030. Ulteriori ritardi potrebbero causare importanti battute d’arresto: ciò significa che la Cina potrebbe essere la prima a riportare degli esseri umani sulla superficie della Luna e a condurre missioni lunari più frequenti. Tuttavia, la forza della Cina nell’esplorazione spaziale non si estende necessariamente ad ambiti più orientati al commercio, come l’internet spaziale.
La prossima fase della competizione spaziale, soprattutto tra Stati Uniti e Cina, si baserà meno su risultati eclatanti e più sulla capacità di costruire sistemi orbitali che si colleghino all’attività economica e alla sicurezza. Anche altri attori, tra cui Giappone, Corea del Sud e India, stanno portando avanti le proprie strategie spaziali. L’Europa è impegnata in una serie di iniziative ambiziose, dall’osservazione della Terra ai progetti di energia solare, quale SOLARIS, fino alla rete satellitare IRIS². La domanda, per noi europei, è se saremo in grado di tradurre questi piani in capacità sostenibili e di non rimanere indietro in un’economia spaziale sempre più competitiva.