

Il ragazzo che ha domato il vento (The Boy Who Harnessed the Wind) è un musical di successo nei teatri di Londra nel 2026. Tratto da un libro autobiografico, racconta la storia vera di un ragazzo malawiano, William Kamkwamba, che, per salvare il suo villaggio dalla siccità, riesce a costruire da solo un rudimentale mulino a vento per produrre elettricità e far ripartire la pompa rotta del pozzo dell’acqua. È una metafora delle difficoltà dell’Africa per uscire dalla povertà endemica che caratterizza un continente in cui 600 milioni di persone, concentrate nella regione subsahariana, non hanno ancora accesso all’energia elettrica.
La prima ragione per cui serve l’elettricità ai Paesi in via di sviluppo, e non solo a quelli africani, è pompare acqua dalle falde acquifere dove non è contaminata, in modo da preservare le persone da malattie virali come il colera, che rappresenta una delle prime cause di morte infantile. Gran parte della popolazione africana vive in aree dove la fonte d’acqua potabile è la falda acquifera del sottosuolo, che si trova a profondità superiori a 50 metri. Per raggiungerla servono pozzi, scavati con trivelle o a mano, da cui viene estratta e portata in superficie con pompe. Questi macchinari sono azionati da motori elettrici, come quello del ragazzo che ha domato il vento, o da motori diesel che funzionano a gasolio. L’elettricità deve sempre essere prodotta da qualche altra fonte primaria e negli ultimi anni la soluzione più caldeggiata è quella del solare fotovoltaico. Il pannello cattura energia dal sole, produce elettricità e porta acqua pulita ai villaggi delle comunità rurali più povere. È difficile sottrarsi al fascino di questa immagine quasi bucolica, dove tutto sembra semplice: la natura viene rispettata, l’energia appare abbondante e pulita e i problemi sembrano trovare una soluzione immediata.
Una visione che piace anche perché appare molto distante dalla realtà delle città ricche dell’Occidente – quelle dove hanno sede istituzioni come la Banca Mondiale, l’OCSE o il Fondo Monetario Internazionale – dove l’elettricità arriva attraverso grandi reti interconnesse, sostenute da infrastrutture pervasive e centrali di grandi dimensioni che hanno garantito per decenni continuità e sicurezza dell’approvvigionamento energetico.
Anche per questo, molti programmi di finanziamento internazionali tendono oggi a privilegiare progetti basati sul fotovoltaico diffuso rispetto allo sviluppo di sistemi elettrici tradizionali. L’idea di fondo è che la decarbonizzazione possa partire proprio dai Paesi che devono ancora costruire gran parte delle proprie infrastrutture energetiche, affidandosi direttamente alle tecnologie rinnovabili.
L’esperienza maturata negli ultimi anni, però, ha mostrato i limiti di questa impostazione, soprattutto nei contesti più fragili. In molte aree dell’Africa la priorità immediata è estrarre acqua da profondità di 50 o 100 metri per garantire acqua potabile sicura ed evitare il ricorso a fonti superficiali contaminate. E quando l’acqua serve anche per irrigare i campi da cui dipende il sostentamento alimentare delle comunità, le esigenze energetiche crescono rapidamente: irrigare coltivazioni di mais, uno degli alimenti di base più diffusi nel continente, richiede volumi d’acqua enormi e sistemi molto più stabili e potenti.
Il fotovoltaico rappresenta certamente una risposta efficace a uno dei problemi strutturali dell’Africa, cioè la dispersione della popolazione in vaste aree rurali difficilmente raggiungibili dalle reti elettriche tradizionali. La generazione distribuita si adatta bene ai piccoli villaggi agricoli e può offrire soluzioni rapide in situazioni di emergenza, soprattutto per l’accesso all’acqua potabile. Più complesso è trasformare questi sistemi in infrastrutture capaci di sostenere nel lungo periodo lo sviluppo economico e sociale di milioni di persone.
Ad esempio, per la fornitura di acqua un pannello fotovoltaico di circa 10 metri quadrati può generare, nelle ore del giorno con più luce, fino a 1.000 watt di potenza, un chilowatt, sufficienti ad alimentare un motore elettrico che pompa 2-3 litri di acqua al secondo. Ma questo sistema può funzionare solo poche ore al giorno, non di notte e nemmeno quando è nuvoloso o piove. Per questo, è spesso necessario affiancare ai pannelli serbatoi di accumulo per conservare l’acqua non utilizzata nei momenti di picco di produzione, con ulteriori criticità legate alla manutenzione e al rischio di contaminazione. È da decenni che vengono promosse iniziative di diffusione dei pannelli nelle comunità isolate, ma l’esperienza sul campo ha evidenziato anche diversi limiti operativi. In molti contesti, gli impianti sono soggetti a deterioramento più rapido di quanto avviene nei Paesi industrializzati, a causa di condizioni atmosferiche particolarmente severe, tra stagioni piovose e lunghi periodi di siccità. Le manutenzioni nei villaggi sono sempre difficili e spesso impossibili e frequente è il furto di cavi elettrici, o dei metalli, rivenduti poi sul conveniente mercato dei rottami. Nel caso di pozzi per irrigazione, poi, servono motori con potenza da 5 chilowatt, che richiedono, per essere alimentati, circa 50 metri quadrati di pannelli fotovoltaici, con conseguente aggravamento dei problemi rilevati in precedenza.
Appare evidente, dunque, il vantaggio che i motori diesel di pompaggio presentano rispetto ai motori elettrici con pannelli fotovoltaici, perché possono funzionare per lunghi periodi consecutivi, giorno e notte, con pioggia e col sole, e per potenze nettamente superiori, con poco ingombro, fino a decine di Kilowattora. Un motore diesel a gasolio necessita di uno spazio limitato, non oltre una stanza di 5 metri per 5, possibilmente coperta, facile da vigilare contro i ladri, mentre il carburante del motore è lo stesso gasolio che serve per altri usi. Tutti i villaggi dell’Africa subsahariana hanno impianti di generazione elettrica che funzionano con motori diesel o motori a benzina. In queste condizioni, l’utilizzo di motori tradizionali a diesel è efficiente e affidabile, l’unico problema è che il gasolio in Africa è tutt’altro che facile da reperire. Un paradosso se si pensa all’abbondanza di risorse petrolifere del continente, con molti Paesi che producono ed esportano greggio per poi importare prodotti petroliferi, in particolare gasolio e benzina, per generare elettricità e per far funzionare i mezzi meccanici per l’agricoltura di cui dispongono.
Che il fotovoltaico abbia dei problemi in Africa, come del resto li hanno tutte le altre fonti di energia moderne, è confermato dalle statistiche sulla sua crescita. Nel 2025, in linea con i precedenti anni, solo una piccola frazione di capacità addizionale sul totale mondiale è stato installato in Africa: 6 GW addizionali contro una crescita globale di 456 GW, la gran parte concentrati in Asia, in particolare in Cina. Non si parlava ancora di esplosione dell’industria cinese quando in Africa, intorno agli anni 2000, si attuavano politiche di sostegno al fotovoltaico; tuttavia, due decenni dopo, la sua capacità totale installata è l’1 percento del totale mondiale, 21 GW contro i 2.300 GW mondiali. L’Italia, per dare un ordine di grandezza, a fine 2025 aveva una capacità totale di fotovoltaico di 42 GW, e parliamo di un Paese di 60 milioni di abitanti contro gli 1,5 miliardi dell’Africa. Tenendo conto della capacità off-grid, quella dei piccoli villaggi staccati dalla rete, le cose non migliorano granché, con una capacità installata nel 2025 di quasi 1 GW, su un totale mondiale di 10 GW.
Se guardiamo all’eolico – il progetto di William nel Malawi riguardava la potenza dal vento – le statistiche sono ancora più impietose, perché esso rappresenta, in Africa, l’1 percento del totale mondiale, ma è tutto concentrato fuori dall’area subsahariana povera, in Marocco e Sud Africa. Mentre sugli impianti scollegati dalla rete, gli off-grid, non esistono di fatto statistiche attendibili.
L’esperienza di William Kamkwamba continua a rappresentare un simbolo potente di resilienza e innovazione. Tuttavia, le soluzioni off-grid basate esclusivamente su piccoli impianti fotovoltaici o eolici difficilmente possono sostenere, da sole, i bisogni energetici di milioni di persone. Garantire continuità, stabilità e volumi adeguati di energia richiede infatti infrastrutture più robuste e sistemi capaci di sostenere nel tempo lo sviluppo economico e sociale.
L’idea di affrontare il problema dell’acqua esclusivamente attraverso pannelli fotovoltaici o piccoli generatori eolici si confronta con una realtà molto più complessa: milioni di persone hanno bisogno di quantità d’acqua sufficienti non solo per bere, ma anche per irrigare i campi da cui dipende la sicurezza alimentare delle loro comunità.
Dopo anni di sperimentazioni, emerge quindi una questione centrale: come garantire anche ai Paesi più poveri l’accesso a sistemi energetici affidabili e adeguati ai loro bisogni di sviluppo. Le società industrializzate hanno costruito la propria crescita economica su infrastrutture energetiche estese, continue e ad alta capacità. Per molti Paesi in via di sviluppo, soprattutto nelle aree rurali africane, la sfida è oggi individuare percorsi che coniughino accesso all’energia, sostenibilità e sviluppo concreto delle condizioni di vita, a partire da servizi essenziali come l’approvvigionamento idrico.