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n questo secolo, a plasmare la geopolitica non sono solo le rotte del petrolio, i gasdotti e le alleanze militari, ma anche le interazioni tra scarsità idrica, transizione energetica e sicurezza alimentare. La frammentazione geopolitica, l’interruzione delle catene del valore mondiali e l’accelerazione del degrado ambientale fanno del Water-Energy-Food Nexus (WEFN, nesso acqua-energia-cibo) un paradigma chiave per la resilienza, la competitività e il potere.
Le crisi più recenti rendono impossibile ignorare le interconnessioni. Per esempio, la pandemia ha rivelato la fragilità della logistica alimentare mondiale, mentre la guerra in Ucraina ha messo a repentaglio i mercati energetici e agricoli, generando crisi che richiedono interventi su vasta scala e una ridefinizione delle priorità nella maggior parte dei paesi sviluppati. Le prolungate siccità in Europa meridionale, Nord Africa e Medio Oriente rivelano la vulnerabilità della maggior parte dei sistemi agroalimentari e il modo in cui le loro debolezze si ripercuotono sulla società, generando instabilità economica e socio-politica. Si delinea così una nuova equazione geopolitica: la sicurezza delle risorse non può più essere gestita secondo logiche compartimentate, ma richiede approcci multidimensionali e multilivello.
L’acqua è indispensabile per la produzione alimentare e per la produzione energetica; per produrre e distribuire acqua e cibo serve energia; a plasmare la domanda idrica e il consumo energetico sono i sistemi alimentari. Queste connessioni si fanno sempre più critiche e interventi isolati potrebbero generare conseguenze indesiderate in altri ambiti.
Il cambiamento climatico intensifica la pressione su regioni già vulnerabili, in particolare sul bacino del Mediterraneo, tra le aree del pianeta più rapidamente interessate dal riscaldamento globale. L’aumento delle temperature, la diminuzione delle precipitazioni e la maggiore frequenza della siccità aggravano la carenza idrica strutturale. Recenti dati scientifici indicano che nel Mediterraneo orientale e meridionale la disponibilità di acqua dolce rinnovabile si sta drasticamente riducendo, con conseguente intensificarsi della competizione tra agricoltura, produzione energetica, turismo e consumo urbano. Tali dinamiche non riguardano solo l’ambiente ma influenzano anche le relazioni geopolitiche e le strategie di investimento. I Paesi che soffrono di stress idrico cronico diventano sempre più dipendenti dalle importazioni alimentari e sono sempre più esposti alla volatilità dei prezzi, alle interruzioni degli scambi commerciali, ai mutamenti nelle politiche e agli shock geopolitici.
La corsa globale alla decarbonizzazione sta rimodellando i sistemi energetici, con il rischio di aumentare la pressione sulle risorse idriche e di suolo. L’espansione dell’energia solare, i progetti di desalinizzazione, le ambizioni in materia di idrogeno rinnovabile e i moderni sistemi di irrigazione richiedono tutti un attento gioco di trade-off.
Dalle ricerche più recenti emerge una lezione importante: infrastrutture e innovazione tecnologica da sole non bastano. Paradossalmente, un aumento dell’efficienza può aggravare l’esaurimento delle risorse, se i quadri di governance rimangono deboli.
Un esempio lampante è la Spagna. Nel periodo tra il 2002 e il 2015, il Paese ha attuato uno dei più grandi programmi di ammodernamento dell’irrigazione al mondo, migliorando notevolmente l’efficienza dell’irrigazione. Tuttavia, il risparmio idrico previsto non si è concretizzato, o almeno non nella misura sperata: al contrario, l’accresciuta efficienza ha portato a un aumento del consumo idrico, intensificando la pressione su risorse già sotto pressione. In Nord Africa si osserva un paradosso analogo: il Marocco ha adottato sistemi di irrigazione alimentati a energia solare, migliorando in tal modo l’accesso all’acqua da parte degli agricoltori e riducendo la dipendenza dai combustibili fossili; tuttavia, mancando un’adeguata regolamentazione delle acque sotterranee, la riduzione dei costi di pompaggio ha accelerato l’esaurimento delle falde acquifere. Un altro caso emblematico da non sottovalutare è quello della Tunisia: nella regione di Kebili, l’estrazione di acque freatiche alimentata a energia solare ha prodotto benefici agricoli nel breve periodo, ma ha anche aggravato lo stress idrico sul lungo termine. Questi esempi illustrano un principio fondamentale della governance Nexus: in assenza di coordinamento istituzionale, la tecnologia rischia di produrre effetti di disadattamento.
È una sfida che interessa la politica energetica nel suo complesso. Il diffondersi delle energie rinnovabili è spesso presentato come intrinsecamente sostenibile, ma i sistemi agrivoltaici e bioenergetici possono entrare in competizione con l’agricoltura per l’uso del suolo e delle risorse idriche. Se non ben pianificate, le strategie di transizione energetica possono involontariamente compromettere la produzione alimentare e la resilienza degli ecosistemi. Il problema non è se accelerare la diffusione dell’energia pulita, ma come progettare transizioni che riconoscano le interdipendenze sistemiche.
Il principale ostacolo all’attuazione di Nexus non risiede nella tecnologia bensì nella governance. La maggior parte delle istituzioni pubbliche funziona ancora a compartimenti stagni: i ministeri dell’agricoltura, dell’energia, dell’ambiente e delle infrastrutture operano spesso in modo indipendente e perseguendo obiettivi in reciproco contrasto. Tale frammentazione limita l’efficacia delle strategie di adattamento e aumenta il rischio di incoerenza delle politiche.
Per esempio, i sussidi a favore dell’irrigazione intensiva possono compromettere gli obiettivi nazionali di risparmio idrico; gli incentivi energetici che privilegiano le infrastrutture ad alto consumo di suolo possono involontariamente mettere a rischio la biodiversità e gli ecosistemi agricoli; le politiche di sicurezza alimentare incentrate sulla produzione interna possono determinare un aumento dell’uso dei fattori di produzione, mettendo a rischio la sicurezza idrica ed energetica. Si dovrebbero privilegiare meccanismi di governance integrati, e la cooperazione regionale e transnazionale potrebbe rivelarsi indispensabile per ridurre le tensioni e migliorare la resilienza collettiva.
Il Mediterraneo ci offre lezioni importanti. Le iniziative internazionali sostenute da reti scientifiche regionali, istituzioni multilaterali e partenariati transfrontalieri mirano sempre più a operazionalizzare il pensiero Nexus attraverso una pianificazione coordinata, sistemi di dati condivisi e strategie infrastrutturali transnazionali. L’attuazione resta tuttavia disomogenea, soprattutto a causa della scarsa capacità di governance e dei vincoli finanziari.
Il WEFN non solo offre un quadro diagnostico ma indica anche nuove priorità di investimento. La spesa in infrastrutture non è più solo questione di ampliamento della capacità: sempre più spesso, infatti, significa creare ecosistemi abilitanti in grado di promuovere la resilienza, l’integrazione e un uso efficiente delle risorse. Gli investimenti basati sul Nexus potrebbero rivelarsi non solo promettenti ma anche strategici. Innanzitutto, degli impianti energetici a gestione idrica intelligente migliorerebbero la resilienza e l’adattamento, due aspetti fondamentali in questo mondo in rapida evoluzione. La produzione energetica (soprattutto la generazione termica e quella idroelettrica) dipende fortemente dall’acqua, e la riduzione della disponibilità idrica indotta dal cambiamento climatico mette a rischio l’affidabilità dell’approvvigionamento energetico. Impianti di energia rinnovabile a minor intensità idrica, in particolare solari ed eolici, potrebbero ridurre la vulnerabilità del sistema.
In secondo luogo, anche i sistemi agroalimentari resilienti al cambiamento climatico rappresentano investimenti promettenti. Le pratiche agroecologiche, l’irrigazione di precisione, il riuso delle acque reflue trattate e l’agricoltura climaticamente intelligente sono opportunità per migliorare la sicurezza alimentare e parallelamente riducono la pressione sulle risorse naturali. L’agrivoltaico, consistente nell’integrazione di pannelli solari nella produzione agricola, è un efficace esempio di come sfruttare le sinergie tra il settore agricolo e quello energetico.
Terzo, i dati e i sistemi di allerta precoce assumeranno un’importanza sempre maggiore. In molte regioni vulnerabili, la governance delle risorse rimane frammentata, spesso ostacolata dalla non completezza delle informazioni e dallo scarso coordinamento istituzionale. Servizi climatici migliori, analisi predittive e sistemi di monitoraggio intersettoriali potrebbero rafforzare in modo significativo la capacità decisionale e contribuire allo sviluppo di catene del valore sostenibili, efficienti e resilienti.
Quando i progetti vengono concepiti isolatamente, senza tener conto degli ecosistemi e delle condizioni necessarie a garantirne la sostenibilità a lungo termine, gli investimenti possono rivelarsi inefficienti, se non addirittura fallaci. Contro tale rischio, l’Unione europea ha posto la logica Nexus al centro del Global Gateway Africa–Europe Investment Package, che mobilita 150 miliardi di euro a sostegno dello sviluppo sostenibile in tutto il continente africano. Gli investimenti sono destinati alle energie rinnovabili e all’idrogeno verde, ai sistemi agroalimentari climaticamente resilienti, alla tutela della biodiversità, alla sicurezza idrica e all’adattamento climatico, al fine di rafforzare e accelerare la transizione verde. Analogamente, il G7 ha promosso progetti infrastrutturali e investimenti di larga scala attraverso la Partnership for Global Infrastructure and Investment (PGII, Partenariato per le infrastrutture e gli investimenti globali), con l’obiettivo di mobilitare fino a 600 miliardi di dollari entro il
2027 a sostegno della transizione all’energia verde, della resilienza della catena del valore, della connettività digitale e dei trasporti, dei sistemi sanitari sostenibili e dello sviluppo inclusivo dei Paesi partner. Quanto agli Stati Uniti, perseguono molti degli obiettivi legati al WEFN: l’Infrastructure Investment and Jobs Act e l’Inflation Reduction Act mobilitano, nel complesso, centinaia di miliardi di dollari a sostegno delle infrastrutture idriche, delle energie rinnovabili, della resilienza climatica e dell’agricoltura climaticamente intelligente. La Cina, nel suo approccio, si riferisce in modo meno esplicito al WEFN, ma nel 2025 la Belt and Road Initiative ha mobilitato circa 215 miliardi di dollari a favore di progetti infrastrutturali ed energetici e nei settori del trasporto, dell’agricoltura e dell’industria. Certo, le azioni volte a promuovere lo sviluppo delle risorse nei Paesi ricchi non si tradurranno automaticamente in storie di successo, e molte iniziative devono essere perfezionate per poter meglio indirizzare gli investimenti e massimizzarne l’impatto. I progetti potrebbero generare ritorni limitati e le aziende potrebbero confermarsi riluttanti ad assumersi gli alti rischi legati all’investire nelle economie meno sviluppate.
Una delle regioni in cui più si evidenzia la complessità del Nexus è il Mediterraneo, dove lo stress climatico si intreccia con instabilità geopolitica, dipendenze commerciali, pressioni migratorie e uno sviluppo economico diseguale. I Paesi del Mediterraneo settentrionale tendono a mantenere sistemi agricoli più orientati all’esportazione e infrastrutture energetiche maggiormente diversificate; quelli del Mediterraneo meridionale e orientale affrontano vulnerabilità strutturali più profonde. In Libano, per esempio, la crisi economica e l’inflazione, le difficoltà commerciali e le pressioni legate al clima stanno minando la sicurezza alimentare. La lezione va ben oltre il Libano: la resilienza dipende sempre più dalla capacità di assorbire shock cumulativi anziché rischi isolati. Anche le strategie di adattamento locale mettono in luce la complessità della trasformazione sistemica. In Italia, e in particolare in Sicilia, l’espansione di colture tropicali come il mango riflette l’adattamento dell’agricoltura all’aumento delle temperature, sollevando al contempo interrogativi sugli effetti a lungo termine di questa trasformazione dell’ecosistema e sulle sue implicazioni in termini di fabbisogno idrico ed energetico.
Il Mediterraneo rappresenta uno snodo energetico cruciale tra Europa, Africa e Medio Oriente e costituisce, pertanto, un laboratorio geopolitico privilegiato per comprendere il Nexus e le sue implicazioni più ampie. Sfide analoghe emergono anche in altre regioni, tra cui California, Cile, Sudafrica e Australia: tutte aree in cui la scarsità idrica, la domanda energetica e gli usi concorrenti del suolo rendono indispensabile un approccio Nexus.
La transizione mondiale a un’economia a basse emissioni di carbonio non andrà a buon fine se la considereremo solo una transizione energetica senza comprendere come essa di fatto coinvolga anche il sistema idrico, il sistema alimentare e la gestione degli ecosistemi. Il WEFN evidenzia una verità fondamentale: la resilienza non dipende solo dal garantire la sicurezza delle singole risorse, ma anche dalla comprensione delle interrelazioni tra esse.
Per i governi, questo significa ripensare i quadri politici alla luce dell’interdipendenza sistemica. Per gli investitori, significa dare priorità alle infrastrutture per migliorare la resilienza agli shock climatici e a quelli che interessano le risorse idriche e la sicurezza alimentare. Per le imprese, significa la necessità che le catene del valore sappiano adattarsi a perturbazioni che si sovrappongono l’una all’altra.
La prospettiva Nexus impone un cambiamento nell’immaginario politico. La scarsità non può più essere affrontata in modo reattivo, con interventi di emergenza frammentari, ed è imperativo promuovere la resilienza a principio organizzatore dello sviluppo, degli investimenti e della cooperazione internazionale.