Il triplice vincolo dell'area Mena

Demografia, acqua ed energia stanno ridefinendo gli equilibri della regione. L’invecchiamento della popolazione, la scarsità idrica e la trasformazione del sistema energetico spingono i Paesi dell'area verso nuovi modelli di sviluppo 
Demografia, acqua ed energia stanno ridefinendo gli equilibri della regione. L’invecchiamento della popolazione, la scarsità idrica e la trasformazione del sistema energetico spingono i Paesi dell'area verso nuovi modelli di sviluppo 
di Eckart Woertz

L

e rappresentazioni mediatiche del Medio Oriente e del Nord Africa (MENA) propongono spesso gli stereotipi di sceicchi del petrolio, masse giovanili disoccupate e distese desertiche interrotte solo da qualche rara oasi all’orizzonte – immagini prive di sfumature, che ignorano i profondi cambiamenti in atto. Molti Paesi dell’area MENA si trovano nel pieno di una transizione demografica e, nel corso di questo secolo, dovranno affrontare le sfide legate all’invecchiamento della popolazione. La scarsità idrica è poi strettamente connessa alla riallocazione economica e al commercio alimentare. È ancora presto per affermare con certezza se stiamo assistendo a una vera transizione energetica o, semplicemente, a una espansione del sistema esistente, ma gli investimenti nelle rinnovabili nella regione stanno finalmente registrando una fase di crescita. Le sfide legate alle dinamiche demografiche, all’approvvigionamento dell’acqua e al settore energetico assumono spesso connotati inaspettati: si impongono come vincoli stringenti che delineano le traiettorie di sviluppo regionale all’interno del nesso acqua-energia-sicurezza alimentare. 

Transizioni demografiche 

Il picco del boom giovanile nella regione MENA è stato già raggiunto tra gli anni ‘80 e ‘90. In molti Paesi, il tasso di fecondità totale si attesta oggi sul livello di sostituzione pari a 2,1 figli per donna, o addirittura al di sotto, come per la Tunisia, il Libano, l’Iran e la Turchia. Nazioni come l’Iraq e lo Yemen presentano ancora tassi di natalità più elevati, ma anche in questi casi i dati evidenziano una drastica flessione (v. Figura 2). Occorre circa una generazione perché una coorte giovanile percorra tutte le fasce della piramide demografica. Se da un lato numerosi giovani continuano ad affacciarsi sul mercato del lavoro faticando a trovare un’occupazione, nel medio e lungo termine molti Paesi MENA si troveranno ad affrontare problematiche demografiche del tutto simili a quelle delle società segnate dall’invecchiamento della popolazione.  

I Paesi del Golfo presentano un mercato del lavoro fortemente dipendente dalla manodopera straniera, spesso impiegata in mansioni a bassa retribuzione; la sfida che li attende consiste nel creare posti di lavoro meglio remunerati e a maggiore produttività, in grado di assorbire la forza lavoro giovanile locale. A causa di preferenze di natura socioculturale, la partecipazione femminile al mercato del lavoro in tutti i paesi MENA rimane relativamente bassa rispetto a quella registrata in altri contesti con livelli di PIL analoghi. Le donne costituiscono un bacino occupazionale inespresso e si stanno integrando nella popolazione attiva in misura crescente.  

Il settore degli idrocarburi e l’industria pesante sono comparti ad alta intensità di capitale e riescono ad assorbire solo una quota limitata di forza lavoro. Di conseguenza, la diversificazione economica verso i settori non petroliferi e lo sviluppo di percorsi formativi adeguati sono diventati il vero Santo Graal delle riforme nei paesi del Golfo. Nel lungo termine sarà la crescita economica, più che l’incremento demografico, a rappresentare il fattore predominante nella pressione sulle risorse dell’area MENA, orientando le decisioni in materia di allocazione delle stesse. 

 

Le fonti rinnovabili rappresentano una leva strategica per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi e stabilizzare i sistemi energetici, offrendo soluzioni flessibili anche nei contesti pi� fragili. Un esempio � rappresentato dagli impianti solari, sempre pi� centrali nella transizione energetica.

 

Il commercio di acqua virtuale e il “secondo Nilo” 

L’area MENA è una delle regioni più aride del pianeta. Nel Golfo, la carenza idrica ha ampiamente superato i livelli critici: i prelievi di acqua dolce eccedono le risorse rinnovabili disponibili di oltre dieci volte. Persino nei Paesi più fortunati questo rapporto oscilla tra il 50 e il 100 percento, indicando uno stress idrico di livello medio-alto (v. Figura 1). Dagli anni ’70, la regione ha perso la capacità di soddisfare il proprio fabbisogno alimentare affidandosi esclusivamente alle proprie risorse idriche rinnovabili. Lo sfruttamento di riserve acquifere fossili non rinnovabili per sostenere programmi di coltivazione del grano ad altissimo consumo d’acqua in Arabia Saudita e in Libia (il Grande fiume artificiale) si è rivelato un vicolo cieco dal punto di vista ecologico, portando all’esaurimento delle falde. Tali progetti sono stati gradualmente smantellati o versano oggi in stato di abbandono. La desalinizzazione si è affermata come principale fonte di approvvigionamento idrico a uso civile nei paesi del Golfo; da sola, l’area MENA concentra oltre il 40 percento della capacità di desalinizzazione installata a livello globale. Tuttavia, un impiego su vasta scala di questa tecnologia per supportare pratiche agricole fortemente idrovore non risulterebbe sostenibile né dal punto di vista ambientale né da quello finanziario. La desalinizzazione richiede un enorme dispendio energetico e lo smaltimento della salamoia può provocare gravi danni ambientali (attualmente, la regione MENA genera già oltre la metà della produzione mondiale di salamoia). 

L’agricoltura rappresenta circa il 70 percento dei prelievi d’acqua e oltre il 90 percento del consumo idrico effettivo a livello globale. Rendere il settore agricolo più efficiente può contribuire a preservare le risorse idriche, ma entro determinati limiti; tecnologie come l’irrigazione a goccia consentono di ottimizzarne l’uso. Tuttavia, se questi guadagni di efficienza vengono utilizzati per incrementare la produzione rischiano di innescare i cosiddetti “effetti rimbalzo”, che finiscono paradossalmente per aumentare il consumo idrico complessivo. L’area MENA è il più grande importatore mondiale di cereali; al contempo, realtà come il Marocco e la Turchia hanno sviluppato solide industrie di esportazione nel comparto ortofrutticolo. Secondo alcuni esperti, i Paesi MENA dovrebbero seguire questa traiettoria, puntando su colture a maggior valore aggiunto e affidando all’importazione l’approvvigionamento degli alimenti di base. Tuttavia, simili raccomandazioni di carattere tecnocratico si scontrano con le preoccupazioni legate alle vulnerabilità strategiche, che riaffiorano ciclicamente nei periodi di crisi – come dimostrato dalla crisi alimentare globale del 2007/2008, dalle interruzioni delle catene di approvvigionamento durante il Covid e, in tempi più recenti, dai conflitti in Ucraina e in Iran. 

La soluzione occulta alla scarsità idrica della regione è stata il commercio agroalimentare, capace di generare un flusso di “acqua virtuale” (vale a dire l’acqua necessaria per produrre una determinata merce e, quindi, virtualmente incorporata in essa). Come ha osservato Tony Allan, l’ideatore di questo paradigma, tale acqua virtuale ha di fatto aggiunto un secondo fiume Nilo al bilancio idrico regionale. L’agricoltura nell’area non solo deve fare i conti con risorse idriche limitate, ma deve anche competere con i settori strategici per la diversificazione economica, quali l’industria, la produzione di energia e di idrogeno verde. In un simile scenario, il commercio agroalimentare offre una concreta possibilità per mitigare i relativi conflitti di interesse. Il blocco MENA risulta fortemente integrato nelle dinamiche alimentari globali anche in virtù delle esportazioni di fertilizzanti: in questo comparto, la quota del Golfo nell’export mondiale di concimi azotati supera il 30 percento, grazie soprattutto al contributo di Arabia Saudita, Iran e Qatar. Il Marocco, dal canto suo, detiene l’impressionante quota di tre quarti delle riserve planetarie di roccia fosfatica e un terzo delle relative esportazioni. La dipendenza dalle importazioni alimentari implica che un periodo di siccità in una regione esportatrice (come Russia, Stati Uniti o Australia) possa rivelarsi allarmante tanto quanto una siccità sul territorio nazionale. L’area del Medio Oriente e del Nord Africa non può sottrarsi a questa dipendenza; può solo gestirla diversificando i propri fornitori. Le importazioni alimentari restano dunque un tassello irrinunciabile per garantire la sicurezza idrica della regione. 

Transizione energetica o espansione? 

Prima dell’avvento del petrolio e del gas, l’area MENA scontava un deficit energetico strutturale poiché  era priva sia del carbone fossile sia del cosiddetto “carbone bianco” dell’energia idroelettrica, veri e propri motori dell’industrializzazione di altri Paesi tra il XIX e l’inizio del XX secolo. Con la maturazione della ricchezza derivante dagli idrocarburi e le crescenti pressioni provocate dalle politiche di mitigazione climatica, le fonti rinnovabili – in particolare l’energia solare – si sono profilate come naturale integrazione al mix energetico. 

Nelle realtà che dipendono dalle importazioni di idrocarburi, come il Marocco, le rinnovabili consentono di ridurre la bolletta energetica; in contesti caratterizzati da reti elettriche instabili, come il Libano, offrono invece una valida alternativa ai generatori tradizionali, specie se abbinate a sistemi di accumulo a batteria. Nei Paesi esportatori di petrolio, infine, contribuiscono a preservare la capacità di esportazione degli idrocarburi, limitando l’impiego del greggio nella generazione elettrica.  

 

Nei Paesi dell?area MENA la desalinizzazione � diventata un pilastro strutturale per l?approvvigionamento idrico, sostenendo crescita urbana e sviluppo economico in contesti di cronica scarsit�. Questo approccio caratterizza anche grandi progetti urbani integrati come Neom, nel nord del Mar Rosso, che si estende su circa 26.500 km� lungo 170 km di costa.

 

La rapida crescita della domanda elettrica ha superato, in molti Paesi, tra cui l’Arabia Saudita, la capacità di produzione domestica di gas. La soluzione più  adottata è stata il ricorso alla combustione di gasolio, olio combustibile e persino petrolio greggio nelle centrali elettriche. I Paesi del Golfo puntano a ridurne l’impiego attraverso lo sviluppo delle energie alternative, così da preservare le esportazioni di petrolio, i cui proventi restano essenziali per il mantenimento del patto sociale alla base delle loro società. In quest’ottica, idrocarburi e fonti rinnovabili non vengono necessariamente considerati in competizione tra loro, bensì come componenti complementari del mix energetico. Lo scenario ritenuto più plausibile non è, quindi, quello di un sistema energetico in transizione ma in espansione, con spazio per una crescita parallela tanto degli idrocarburi quanto delle fonti rinnovabili. 

Nel confronto su scala globale, tuttavia, le rinnovabili nell’area MENA segnano ancora il passo. In passato, i Paesi del Golfo hanno annunciato a più riprese ambiziosi obiettivi di investimento nel settore, senza però darvi un seguito significativo; negli ultimi anni, invece, si è registrato uno slancio di crescita costante in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti e in Israele. Di contro il Marocco, storico pioniere del settore grazie all’impianto solare Noor di Ouarzazate, ha evidenziato, in confronto, un andamento piatto (v. Figura 3). I Paesi del Golfo prediligono progetti utility-scale di grandi dimensioni. Un’ulteriore espansione del settore appare probabile, considerando che la regione vanta alcuni dei costi più bassi al mondo per la generazione elettrica da fonte solare. L’integrazione nella rete e le soluzioni di accumulo possono agevolare l’inserimento delle rinnovabili nel mix energetico esistente. Queste fonti sono inoltre considerate una potenziale leva per i ricavi da esportazione attraverso il commercio di idrogeno verde. Si tratta di un mercato ancora agli albori, ma i primi progetti hanno già preso il via a Neom (Arabia Saudita), Duqm (Oman) e Dubai (EAU). Lo sviluppo di tale filiera richiede, tuttavia, ingenti risorse idriche, da ricavare in larga misura tramite desalinizzazione. L’interesse predominante nei Paesi del Golfo resta rivolto ai progetti legati all’idrogeno blu, poiché consentono di valorizzare le filiere esistenti degli idrocarburi, ad esempio, attraverso l’iniezione di anidride carbonica scartata dalla produzione di idrogeno blu nei giacimenti petroliferi in esaurimento in alternativa al gas naturale associato in modo da mantenere la pressione del giacimento. Resta da vedere se, in futuro, l’idrogeno verde riuscirà a competere con questo approccio. 

In sintesi, i fattori demografici, idrici ed energetici interagiscono in molteplici modi nell’area MENA, rientrando a pieno titolo nel più ampio nesso acqua-energia-sicurezza alimentare. La transizione demografica sposta l’attenzione sull’istruzione e sulla diversificazione economica; la scarsità idrica pone l’accento sul commercio alimentare; la transizione energetica, infine, viene concepita in chiave complementare rispetto al comparto regionale degli idrocarburi.