Tutto sta nel sapersi muoveredi Lorenzo Castellani

Futuro energetico

Tutto sta nel sapersi muovere

di Lorenzo Castellani

In un nuovo spazio ibrido tra mercato e geopolitica, il mondo energetico deve ripensare strategie e modelli di business, non solo per assicurare continuità operativa, ma per definire chi guiderà la trasformazione dell’economia globale nei prossimi decenni

11 min

L’

energia è oggi il campo di battaglia privilegiato di una geoeconomia in rapido riassetto, in cui la strategia mercantilista degli Stati Uniti di Donald Trump, la competizione con la Cina e l’incertezza europea ridisegnano regole, incentivi e rischi per imprese e paesi produttori. Nel 2025 questa trasformazione è entrata in una fase cruciale: la transizione verde procede, ma dentro un mondo più frammentato, più protezionista e più attento a usare energia, valute e tecnologie come leve di potere nazionale.

 

 

I quattro pilastri dell’Amministrazione Trump

 

La strategia economica dell’Amministrazione Trump si fonda su quattro pilastri strettamente intrecciati: innalzamento generalizzato dei dazi, pressione per il reshoring e friend shoring delle produzioni strategiche, uso selettivo delle catene globali del valore come strumento di potere negoziale, redistribuzione dei pesi per il finanziamento delle politiche di difesa e sicurezza atlantica (NATO).

 

I dazi differenziati per Paese e settore, fino a includere un prelievo generalizzato sulle importazioni, vengono presentati come risposta alle asimmetrie commerciali e diventano una “arma tariffaria” usata per ridefinire rapporti di forza e alleanze oltre i tradizionali schemi multilaterali. Sono manovre che prefigurano una diplomazia negoziale più concreta e meno giuridica, un quadro in cui convergono anche sicurezza, armamenti ed energia.

 

Questa impostazione, dunque, non mira a ricostruire il vecchio libero scambio, ma a costruire un commercio “condizionato”, dove l’accesso al mercato americano è legato a obiettivi di sicurezza nazionale, politica industriale e controllo tecnologico. In quest’ottica, le catene del valore non sono più infrastrutture neutre dell’economia globale, ma dispositivi da riprogettare per ridurre la dipendenza da competitor strategici e massimizzare la capacità di pressione su partner e fornitori.

 

Il mercantilismo trumpiano rafforza, forse involontariamente rispetto alla volontà reale della Casa Bianca che sarebbe quella di svalutare la propria moneta, il ruolo del dollaro non solo come valuta di riserva, ma come vera infrastruttura geopolitica dell’ordine economico. L’inasprimento dei dazi e l’incertezza regolatoria spingono capitali verso gli asset americani percepiti come porto sicuro, sostenendo la domanda di dollari e accrescendo la capacità di Washington di influenzare le condizioni finanziarie globali, soprattutto per i Paesi con forte debito in valuta USA.

 

 

la fotoUn supercomputer. Nel 2026 la domanda di elettricità crescerà più rapidamente del PIL mondiale, trainata da digitalizzazione, data center ed elettrificazione dei consumi finali

 

 

Al tempo stesso, la centralità del dollaro rende più efficace l’uso di sanzioni finanziarie e restrizioni all’accesso ai sistemi di pagamento internazionali, trasformando la finanza energetica e commerciale in un terreno di “interdipendenza armata”. Per gli attori dell’energia – dai produttori di idrocarburi ai grandi investitori nelle rinnovabili – questo significa operare in un contesto dove il rischio di misure finanziarie o commerciali improvvise entra a pieno titolo nei modelli di business e nelle scelte di allocazione del capitale. E in cui alle intenzioni del potere politico non corrispondono esattamente gli effetti previsti, ma spesso si determinano soluzioni paradossali. Al momento, infatti, non si vedono né una svalutazione del dollaro come vorrebbero le nuove élite politiche americane né l’emersione, sempre annunciata da teorici antisistema del resto del mondo, di un’alternativa alla centralità del biglietto verde nell’ordine monetario internazionale.

 

 

La competizione degli USA con la Cina

 

Centrale, in questo snodo tra linee di faglia, è ancora una volta la competizione politica su scala planetaria. Il rapporto tra Stati Uniti e Cina resta l’asse portante del nuovo equilibrio globale, con la rivalità tecnologica ed energetica al centro. Da un lato, Washington punta a contenere l’ascesa cinese attraverso controlli sugli investimenti, restrizioni all’export di tecnologie avanzate e dazi su prodotti considerati critici, dalle batterie ai pannelli solari; dall’altro, Pechino cerca di rafforzare la propria autonomia energetica aumentando la capacità delle rinnovabili, ma anche mantenendo importanti investimenti nel carbone per la sicurezza dell’offerta interna.

 

Questa competizione si riflette nelle catene del valore della transizione verde, dove la Cina mantiene una posizione dominante in segmenti come fotovoltaico, batterie e componentistica eolica, mentre gli Stati Uniti spingono su incentivi fiscali e sussidi per rafforzare la capacità produttiva nazionale o attirare investimenti da Paesi alleati. Gli attori intermedi – dalle economie asiatiche esportatrici di tecnologia ai produttori mediorientali di petrolio e gas – devono destreggiarsi tra mercati di sbocco, vincoli regolatori e rischi di allineamento forzato, cercando di non essere schiacciati tra le due grandi potenze.

 

 

Dal punto di vista europeo

 

Per l’Europa questo scenario si traduce in una duplice pressione: da un lato gli Stati Uniti chiedono un allineamento sulle politiche verso Cina e Russia, dall’altro la Cina resta un partner economico cruciale, soprattutto per tecnologie e componenti necessari alla transizione energetica. Gli sforzi per costruire una “autonomia strategica” europea si scontrano con forti differenze nazionali su difesa, commercio e politiche industriali, rendendo complessa l’elaborazione di una linea comune su dazi “verdi”, screening degli investimenti e politiche di sostegno alle filiere energetiche.

 

 

La guerra in Ucraina e il rapido sganciamento dal gas russo hanno mostrato sia la vulnerabilità europea, sia la capacità di reagire rafforzando interconnessioni, stoccaggi e importazioni di GNL, ma al prezzo di una maggiore dipendenza da fornitori extra UE e da tecnologie estere. Intanto, la politicizzazione delle catene di fornitura per rinnovabili, reti e batterie espone il continente al rischio che le scelte su dazi, incentivi e standard diventino nuovi fattori di frattura tra Stati membri, proprio sui tre assi chiave di energia, commercio e sicurezza.

 

 

la foto“Fearless girl” di Kristen Visbal , statua bronzea situata di fronte alla borsa di New York. L’inasprimento dei dazi e l’incertezza regolatoria spingono capitali verso gli asset americani percepiti come porto sicuro, sostenendo la domanda di dollari e accrescendo la capacità di Washington di influenzare le condizioni finanziarie globali

 

 

 

La transizione verso un sistema low-carbon

 

Nonostante le tensioni geopolitiche, gli scenari energetici per il 2026 convergono su alcuni punti: la domanda di elettricità cresce più rapidamente del PIL mondiale, trainata da digitalizzazione, data center ed elettrificazione dei consumi finali, mentre le rinnovabili guidano l’aumento dell’offerta ma con forti disparità regionali. La transizione verso un sistema low carbon prosegue, sostenuta da costi in calo per le tecnologie pulite e da impegni climatici, ma rallentata da ostacoli infrastrutturali, incertezza giuridica e nuove barriere commerciali che colpiscono proprio le filiere della decarbonizzazione. In questo rallentamento delle politiche green rientra anche l’opposizione di una parte consistente dell’opinione pubblica che si tramuta in resistenza politica, soprattutto in Europa. Il green deal è stato percepito dalla maggioranza dei cittadini come eccessivamente dirigista e punitivo sul piano fiscale-regolatorio, per non parlare delle conseguenze negative a livello occupazionale e produttivo nel settore dell’automotive europeo. Tutto ciò non porterà all’eliminazione della transizione ecologica, dove gli investimenti restano ingenti e orientati al lungo periodo, ma condurrà ad un aggiustamento delle politiche.

 

La conseguenza è un inevitabile mix energetico in cui i combustibili fossili restano ancora centrali, con particolare resilienza del gas naturale e, in alcuni scenari, del carbone, mentre crescono pressioni politiche e sociali per accelerare l’uscita dalle fonti ad alta intensità di carbonio. Cresce, inoltre, l’importanza dell’energia nucleare rispetto al passato, considerata la sua rilevanza strategica rispetto alla transizione ecologica, e la ricerca tecnologica intorno ai mini-reattori e, ovviamente, alla fusione nucleare come possibile svolta per il futuro. La sfida per governi e aziende è conciliare transizione energetica, ricerca scientifica e competitività industriale.

 

Per i Paesi produttori di petrolio e gas il nuovo quadro rappresenta allo stesso tempo una minaccia e un’opportunità. Da un lato, la prospettiva di domanda più incerta dopo il 2030 e l’accelerazione della transizione in alcune regioni impongono una riflessione sulla diversificazione economica e sulla capacità di attrarre investimenti in un mondo più sensibile al rischio climatico; dall’altro, la volatilità geopolitica e le tensioni sulle forniture possono mantenere il valore strategico degli idrocarburi per molti anni, se non decenni.

 

Alcuni produttori puntano a rafforzare il proprio ruolo investendo in capacità di raffinazione, petrolchimica e GNL, oltre che in grandi progetti di idrogeno e rinnovabili, per restare centrali nelle nuove catene del valore energetiche. Chi non riuscirà a riposizionarsi rischia invece di vedere ridotta nel tempo la propria leva politica e fiscale, soprattutto se la finanza internazionale continuerà a orientarsi verso asset compatibili con la transizione energetica e il progresso tecnologico.

 

Nel 2025 la convergenza tra transizione energetica, protezionismo commerciale e rivalità tra grandi potenze trasforma l’energia in un indicatore sensibile dei nuovi equilibri globali. La combinazione di alta volatilità dei prezzi, le tensioni sulle filiere delle tecnologie pulite e il ritorno del protezionismo rendono il contesto più rischioso. È un contesto che necessita di strumenti concettuali, tecnici e capacità di interpretazione degli scenari superiori rispetto al passato sia per i policy-makers che per la comunità imprenditoriale.

 

Per le imprese del settore energetico, questo significa ripensare strategie e modelli di business su tre direttrici: diversificazione delle fonti e delle geografie di approvvigionamento anche attraverso il supporto della politica governativa, integrazione tra asset fisici e capacità di gestione dei dati e dei rischi, partecipazione attiva alla ridefinizione di regole e standard che governeranno la nuova geoeconomia dell’energia. Chi saprà muoversi in questo spazio ibrido tra mercato e geopolitica non solo assicurerà continuità operativa, ma contribuirà a definire chi guiderà la trasformazione dell’economia globale nei prossimi decenni.