
Terapia a stelle e strisce
Cura vitaminica & effetti collaterali
Un anno dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l’America appare più forte e assertiva, ma anche più imprevedibile. La “cura” fatta di dazi, politica industriale e nazionalismo energetico rafforza l’economia interna, mentre indebolisce gli alleati e ridefinisce gli equilibri globali
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n anno fa avevo parlato del ritorno di Donald Trump come di una “cura vitaminica per l’America” (si veda WE n.63): un mix di dazi colbertiani, stimolo keynesiano (qui rispetto al primo mandato le azioni sono però ancora light hand), e tanta politica industriale accoppiata ad uno stile comunicativo decisamente divergente dalla precedente amministrazione. Una ricetta quella MAGA con effetti collaterali per vecchi alleati e nuovi avversari. Una politica con benefici strutturali per l’economia interna, e con la controindicazione di una elevata volatilità e imprevedibilità. Oggi la superpotenza USA appare in salute. Cresce, esporta e twitta con disinvoltura.
È un’America che ha recuperato centralità geopolitica su ogni teatro di conflitto e ambisce a riprendere il controllo di catene industriali critiche. E mentre il suo metabolismo accelera, il resto del mondo – Europa in testa – si ritrova a inseguire l’agenda d’oltreoceano, in termini di relazioni commerciali, difesa e priorità di politica ambientale. Come prevedibile (i dazi erano stati già al centro del primo round Trump), il 2025 è stato l’anno del ritorno del protezionismo come brand. Trump ha imposto tariffe tra il 15 e il 25 percento su un ampio ventaglio di prodotti asiatici, con l’obiettivo di “riportare la manifattura a casa”. E del 10 percento per i prodotti europei (ma con punte anche del 50 percento sull’acciaio) a seguito di una originale valutazione dello squilibrio commerciale tra le due regioni che ignora il surplus americano sulla esportazione di servizi. Il Liberation day, accolto con panico iniziale sui mercati sta però portando risultati: aumentano gli investimenti onshore e il deficit commerciale si è ridotto. A livello macroeconomico i numeri di breve periodo raccontano una storia di successo: il PIL cresce del 2 percento, l’inflazione si è attenuata verso il 2,7 percento su base annua e i principali indici azionari sono significativamente sopra i livelli dell’anno precedente. Tuttavia il tasso di disoccupazione è tornato a salire, avvicinandosi al 4,6 percento.
La diplomazia del “deal”
Nel frattempo, la geopolitica mostra i segni classici dello stile di casa, dell’arte del negoziato immobiliare su cui Donald ha costruito la sua carriera: dinamismo, minacce e revisioni, associate a una volontà pragmatica di raggiungere accordi.
È la “diplomazia del deal”: spregiudicata, e non ideologica, ruvida e concreta
Con la Cina, si alternano dazi, scontri verbali e sorrisi. Gli incontri bilaterali del 2025 hanno congelato alcune restrizioni commerciali, ma la diffidenza resta sistemica. Le terre rare ed i chip avanzati sono (e resteranno) al centro del conflitto e delle reciproche dipendenze. Entrambi gli attori vogliono comprare tempo per costruire alternative a quelle che potranno essere le scelte dell’avversario. Con la Russia, i canali diplomatici, dopo l’ipotesi iniziale di un disimpegno USA nel supporto all’Ucraina, si sono ristretti. La guerra sembra entrata nella fase del logoramento: è una guerra di centimetri e di pressioni. L’energia è la principale area di pressione. Attacchi duplici: a impianti petroliferi da una parte e sanzioni a chi compra il petrolio russo dall’altra. Durerà? Difficile dirlo ma l’impressione è che si sia entrati in una fase di maggiore efficacia.
Nel Medio Oriente, il cessate il fuoco tra Israele e Hamas, mediato da Stati Uniti, Qatar ed Egitto, ha portato al rilascio degli ostaggi. È una svolta dopo due anni di guerra in cui lo scacchiere locale ha visto Israele attaccare con supremazia quasi assoluta non solo Gaza, ma il Libano, la Siria, l’Iran e bombardare il Qatar, dimostrando una capacità di intelligence e di difesa senza precedenti. Un nuovo ordine regionale sta emergendo attorno alla marcata fragilità dell’Iran incapace non solo di difendere i suoi proxy ma, ancor peggio, il suo territorio.
L’Europa gioca invece il ruolo del partner fragile: i dazi colpiscono Bruxelles e le armi di reazione sono ridotte. La dipendenza cresce. Aumenta la spesa per la difesa ed emergono maggiori dipendenze sui temi del gas (gli acquisti di GNL americano sono cresciuti di quasi il 60 percento), ma l’agenda è dettata solo da Washington. Troppe le debolezze geopolitiche europee per poter affrontare un dialogo alla pari.

Veniamo infine all’energia, che assieme alla crescita industriale, è una componente chiave della “cura vitaminica”. Gli Stati Uniti sono oggi il fornitore marginale del gas: circa 10 milioni di tonnellate di GNL esportate a ottobre 2025, il 38 percento in più rispetto a ottobre 2024. Più della metà di quelle navi approda in Europa, che oggi scalda le case con metano texano o dagli Appalachi. Sono lontani i tempi in cui Parigi dibatteva sul mettere al bando l’importazione di gas americano perché prodotto dal fracking. Trump ricorda che “l’America non chiede scusa per produrre energia”. Odia le pale eoliche peggio di Don Chisciotte e investe nella riapertura di miniere per i minerali critici. Incredibilmente nel sistema più liberista del mondo si vede lo stato acquisire partecipazioni in società private coinvolte nei settori strategici.
Sul clima, invece, la musica è cambiata ben prima di Trump, ma il tycoon è un’utile giustificazione per spiegare lo spegnersi degli entusiasmi. Gli Stati Uniti hanno abbandonato l’Accordo di Parigi e ridotto i sussidi alle rinnovabili. È una visione coerente in un mondo che disegna i diversi equilibri di una nuova guerra fredda e che vede nella reindustrializzazione sui settori più emissivi una necessità strategica. La politica di transizione è fonte di dipendenza verso chi controlla magneti e terre rare. Perseguirla senza contromisure vuol dire perdere centralità a beneficio della Cina e della Russia.
Un bilancio positivo
Il bilancio, quindi, a un anno della “cura vitaminica”? La terapia pare funzioni, l’America è più forte, più rumorosa, più temuta.
Il 2026 non promette una maggiore tranquillità. L’anno elettorale del MidTerm fa presagire ancora una maggiore richiesta di boost economici (lo stimolo alla Keynes è ancora nel cassetto) ed annunci. Anche in politica estera i fronti si stanno ampliando: se Venezuela e Nigeria sono stati recenti obiettivi, resta aperta la partita con la Russia e l’intreccio mediorientale. Mentre la Cina è il vero avversario geopolitico. Sicuramente Wall Street continuerà a beneficiare di una Amministrazione così sensibile ai multipli azionari. Per l’Europa invece la relazione resterà (salvo poche eccezioni come l’Italia) impostata alla diffidenza.
Infine, sull’energia, mentre le attenzioni per ridurre il prezzo del petrolio resteranno forti, il rischio maggiore è la fine del periodo d’oro del tight oil americano. Prezzi troppo bassi (a 65$ il sistema non investe) e l’esaurimento delle aree più profittevoli dei bacini texani potrebbero portare una sorpresa negativa in termini di produzione interna.
E qui si apre una tensione irrisolta tra gli obiettivi di Trump. Crescita industriale, centralità energetica e mineraria richiamano prezzi più elevati dell’energia. A maggior ragione se la politica fiscale dovesse attivare nuove leve espansive.
Insomma, la ricetta trumpiana è naturalmente inflattiva e l’energia non potrà a lungo ignorare la necessità di un segnale di prezzo più coerente con la nuova politica americana. Il “drill baby drill” è una chiamata alle armi. Ma senza il giusto stimolo economico resterà un coro nel deserto.
