
Scenari energetici
I Paesi emergenti nella geoeconomia del petrolio
La transizione dei consumi energetici ridisegna la mappa dei rapporti di forza globali: la domanda arretra in Europa mentre avanza in Asia, guidata da India e SUD-EST asiatico, spostando l’asse dei rapporti strategici verso le nuove potenze demografiche ed economiche
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i sono molti elementi di incertezza sul futuro del petrolio e sul suo ruolo negli equilibri geoeconomici e geopolitici globali, ma è chiaro che il peso della domanda dei Paesi emergenti crescerà fortemente, a causa della diversa dinamica demografica rispetto ai Paesi industriali e alla Cina, del molto basso livello attuale dei consumi, e delle maggiori potenzialità di crescita economica.
L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha recentemente pubblicato l’edizione 2025 del suo annuale “World Energy Outlook”, nella quale è tornata a considerare uno scenario “politiche correnti” (CPS), basato sull’ipotesi che i governi non introdurranno nuove misure per far fronte all’emergenza climatica – un’ipotesi che era stata abbandonata per qualche anno. Assieme a questo scenario, l’Agenzia ha anche pubblicato un aggiornamento dello scenario “politiche annunciate” (STEPS), basato sull’ipotesi che i governi metteranno in pratica tutte le nuove politiche che hanno annunciato ma non ancora finalizzato. In ambedue gli scenari, la domanda di petrolio cresce nei Paesi emergenti e scende in quelli industriali; nello scenario CPS la domanda è superiore rispetto allo STEPS, ma il divario tra Paesi emergenti e Paesi industriali è ugualmente molto evidente.
La nuova geografia della domanda
Guardando i risultati dei due scenari di domanda di petrolio per le principali regioni o Paesi, emerge che la domanda europea si dimezza nel 2050 rispetto a oggi anche nello scenario CPS, e ancora più nello STEPS. Oggi la domanda europea di petrolio costituisce il 12 percento del mercato globale, mentre nel 2050 sarebbe solo il 5 percento in ambedue gli scenari. All’estremo opposto, la domanda dell’India si raddoppia al 2050 rispetto a oggi nello scenario CPS raggiungendo il 10 percento della domanda globale; e aumenta di due terzi nello STEPS, raggiungendo comunque più del 9 percento della domanda globale.
La domanda diminuisce anche in Nord America, ma in misura molto minore, e al 2050 continua a costituire tra il 18 e il 20 percento della domanda globale. E diminuisce anche in Cina, ma al 2050 continua a essere il 12-13 percento della domanda globale. È quindi evidente che Nord America e Cina manterranno una influenza importante sul mercato petrolifero mondiale – con la differenza che i Paesi del Nord America sono esportatori netti, mentre la Cina rimane la maggiore importatrice di petrolio al mondo. L’Europa è, nel bene e nel male, marginalizzata; nel bene, perché la riduzione dei consumi significherà minore esposizione rispetto alla volatilità del mercato petrolifero; e nel male, perché la sua influenza sul mercato petrolifero sarà davvero minima.

Riguardo alle variazioni che si avrebbero nello scenario “politiche correnti” per regione/paese e per settore di utilizzo, in quattro delle regioni o paesi considerati (Europa, Cina, Giappone + Corea del Sud, e Nord America) la domanda dovrebbe diminuire, mentre nelle rimanenti cinque regioni dovrebbe aumentare. In Europa la domanda dovrebbe scendere in tutti i settori di utilizzo; mentre in Cina, Giappone e Corea del Sud, e in Nord America la petrolchimica dovrebbe assorbire maggiori volumi di petrolio. In Nord America anche il trasporto di merci dovrebbe contribuire a un aumento della domanda di petrolio, mentre nel resto del mondo aumenti della domanda si registrano in quasi tutti i settori, meno il settore della generazione elettrica (che interessa soprattutto i Paesi produttori del Medio Oriente e del Nord Africa) e quello residenziale e commerciale, dove il petrolio è usato per il riscaldamento ambientale.
Il risultato per la Cina è particolarmente interessante, perché tiene conto dello straordinario progresso che il Paese sta facendo nell’elettrificazione dell’automobile e del trasporto pesante su strada. Nel 2024 in Cina sono state vendute 11 milioni di automobili elettriche (incluse le ibride ricaricabili, ma non quelle non ricaricabili) pari ai due terzi di tutte le auto elettriche vendute al mondo. Visto che le vendite di auto elettriche costituiscono già ora più del 50 percento delle vendite totali in Cina, i costruttori cinesi hanno già iniziato una offensiva per esportare le loro auto nel resto del mondo, e principalmente nei Paesi emergenti, che non hanno una importante industria automobilistica locale da difendere, e non condividono l’atteggiamento protezionistico di Europa e Stati Uniti.
Merita anche un commento l’enorme aumento della domanda di petrolio per la petrolchimica cinese e, in minor misura, nordamericana; mentre in Europa c’è una - seppur minima - riduzione. Dietro a questa differenza c’è ovviamente una perdita di terreno almeno relativa, ma con ogni probabilità anche assoluta, della petrolchimica europea – una tendenza che continua da molti anni e sembra inarrestabile.
Produzione: il dominio dei Paesi del Golfo
Analizzando i risultati dei due scenari per quanto riguarda la produzione di petrolio, per regioni di provenienza, emerge che la principale differenza è che nel primo la produzione di petrolio continua a crescere fino al 2050, raggiungendo in quell’anno i 113 milioni di barili al giorno; mentre nello scenario “politiche annunciate” la produzione raggiunge il suo livello massimo nel 2035 a 100 milioni di barili al giorno, per poi declinare a 97 milioni nel 2050, poco sotto il livello registrato nel 2024.
Salta agli occhi il possibile aumento del ruolo dell’OPEC+ (cioè dell’OPEC più i paesi alleati: Russia, Kazakhstan e altri) la cui produzione passerebbe dai circa 50 mb/g odierni ai 62 mb/g nello scenario “politiche correnti”, mentre rimarrebbe sostanzialmente immutata nello scenario “politiche annunciate”. L’aumento si concentrerebbe nei produttori del Medio Oriente, che passerebbero da 30 a 44 mb/g nel primo scenario, e a 37 mb/g nel secondo. Nel dettaglio, gli aumenti più consistenti di produzione andrebbero all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi, che in questo modo consoliderebbero il loro controllo sull’equilibrio tra domanda e offerta di petrolio, quindi la loro capacità di influenzare il prezzo. Aumenti di produzione meno importanti si registrerebbero nei paesi dell’America meridionale (principalmente Guyana, Brasile e Argentina); e in quelli del Nord America, ma solo temporaneamente, perché dopo la metà degli anni ’30 ci sarebbe un calo, in particolare negli Stati Uniti.
Il nuovo triangolo strategico: Golfo–Cina–India
Emerge quindi con estrema chiarezza il ruolo preminente che avranno sul futuro del petrolio i rapporti tra i paesi arabi del Golfo da un lato, e Cina e India dall’altro. I paesi del Golfo già da parecchi anni hanno adottato politiche tese a consolidare la loro interdipendenza con i due giganti asiatici, moltiplicando le collaborazioni industriali specialmente nel campo della raffinazione e della petrolchimica, ma non soltanto.

Questa accresciuta interdipendenza asiatica potrebbe portare a maggiore stabilizzazione dei prezzi. Non penso che il mercato possa spostarsi dai suoi centri attuali a Londra per il Brent e a New York per il WTI – i due mercati di riferimento, tra loro strettamente collegati – perché tanto dal lato dei paesi arabi che dal lato di Cina e India le compagnie di stato svolgono un ruolo principale e le contrattazioni non sarebbero interamente libere. Ma è proprio il più stretto controllo dei rispettivi governi sugli scambi petroliferi che potrebbe permettere delle intese che attutiscano la volatilità dei prezzi, e limitino fortemente l’uso di contratti futuri e altri derivati finanziari negli scambi.
D’altra parte, è probabile che gli Stati Uniti rimangano il referente-chiave per la sicurezza dei paesi arabi del Golfo, mentre sul piano economico sono un concorrente per le esportazioni di petrolio, e più in generale sembrano determinati a riconquistare quote del mercato globale di prodotti industriali perdute a favore di Cina e India. Questa discrepanza di interessi non è nuova e già da tempo costituisce un problema, in particolare nei rapporti tra Arabia Saudita e Stati Uniti. La tendenza alla crescente politicizzazione degli scambi commerciali internazionali potrebbe ripercuotersi negativamente sui paesi del Golfo nell’ipotesi di una crisi fra Cina e Stati Uniti, o in quella di una crisi fra India e Cina. Ci sono ovviamente molti punti di forte attrito tra questi tre paesi che potrebbero portare a conflitti armati, seppur limitati.
Quindi una cosa sono gli scenari fatti a tavolino in una ipotesi di stabilità internazionale, un’altra cosa sono gli sviluppi reali, fortemente influenzati dall’instabilità e dai conflitti. Non è detto che il ruolo dei produttori del Golfo aumenti tanto quanto ipotizzato negli scenari dell’Agenzia, e il ruolo della Russia potrebbe ridursi maggiormente. Ma l’evoluzione della domanda è probabilmente più realistica, con i due risultati-chiave: l’aumento del peso dell’India e la riduzione di quello dell’Europa.
L’Europa avrà peso decrescente, ma sarà pur sempre attore importante
Si può immaginare che tra oggi e il 2050 i rapporti con la Russia potranno essere progressivamente ristabiliti, anche se l’eredità della guerra in Ucraina continuerà a pesare ancora a lungo, qualsiasi siano i contorni di una pace comunque difficile. L’Africa sembra destinata a passare da esportatrice a importatrice netta, ma le imprese petrolifere europee continueranno a svolgervi un ruolo molto importante, come anche in Sud America, contribuendo così alla diversificazione delle importazioni europee.
