
Scacchiere energetico
La posta in gioco
I proventi del petrolio, dice la Casa Bianca, dovranno servire a creare pace, prosperità e stabilità in Venezuela. Sono proprietà sovrana del Paese, custodita dagli Stati Uniti per fini geopolitici
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enezuela, l’anno nella memoria è il 2009. Lo ricordo, quel viaggio. Era il giorno del Thanksgiving e mentre negli Stati Uniti (dove allora vivevo) si apparecchiava la tavola per la famiglia e gli amici, io atterravo a Caracas per intervistare Eulogio del Pino, allora vicepresidente e responsabile della produzione ed esplorazione di Pdvsa (del Pino, in uno dei tanti ribaltoni della storia venezuelana, fu poi arrestato dal regime di Maduro, accusato di corruzione). Un’immagine mi colpì: nei corridoi della grande compagnia petrolifera nazionale molti impiegati indossavano magliette e camicie rosse, il colore della rivoluzione bolivariana di Hugo Chávez. Del Pino mi parlava di futuro, di un Venezuela pronto a trasformarsi in una superpotenza energetica e non solo. Erano sogni, utopie di una rivoluzione senza democrazia. Un’operazione della Delta Force americana ha messo un punto su quella storia, oggi Nicolas Maduro è in un carcere degli Stati Uniti. E le speranze si sono riaccese.
Il petrolio venezuelano non è mai stato solo una questione economica, di bilancio, unica fonte reale di ricavo del Paese. Il barile è sempre stato, e resta, uno snodo geopolitico globale. Con circa 303 miliardi di barili di riserve accertate, il Venezuela è il campione mondiale dei giacimenti del futuro, pari a quasi il 20 percento del totale. Segue l’Arabia Saudita con 267 miliardi di barili e l’Iran con 209. Solo i sauditi sono pienamente operativi nel mercato, Venezuela e Iran sono nell’occhio del ciclone della Storia, sono Paesi sotto sanzioni e con una profonda transizione politica in corso.
Questa concentrazione di risorse energetiche – con il ritorno della “dottrina Monroe” nell’emisfero occidentale e l’espansione degli Accordi di Abramo in Medio Oriente – è uno degli strumenti della nuova-vecchia politica estera americana. Siamo in una terra di mezzo, tra passato e futuro (il presente è solo un attimo), all’inizio del Novecento e all’alba del boom tecnologico del Terzo Millennio. La scacchiera racconta la storia in fieri, basta guardare le rotte delle petroliere: l’80 percento del greggio venezuelano finisce in Cina, l’Iran è l’alleato mediorientale di quell’asse che comprende anche la Russia (che con il petrolio e il gas finanzia la sua economia di guerra).
Se sull’Iran la storia è ancora da scrivere, il quadrante venezuelano inizia a delinearsi. A soli 6 giorni dall’arresto di Maduro, Donald Trump ha convocato alla Casa Bianca i vertici delle principali compagnie petrolifere statunitensi e internazionali, compresa Eni, e ha firmato un ordine esecutivo per proteggere gli investimenti nel Paese, per offrire garanzie legali e normative dopo anni di controversie e nazionalizzazioni. Il piano di rilancio del presidente americano punta a 100 miliardi di investimenti per riportare la produzione venezuelana dagli attuali 1,1 milioni di barili al giorno ad almeno 3 milioni. «Eni è pronta ad investire in Venezuela. Abbiamo 500 persone nel Paese. Siamo pronti a collaborare e lavorare con le compagnie americane», ha dichiarato Claudio Descalzi, che guida uno dei pochi grandi player internazionali ancora operativi in Venezuela, attraverso il giacimento di gas offshore di Perla (gestito al 50 percento con Repsol), un asset vitale per l’approvvigionamento energetico del Paese. Un’attività che ha generato crediti per circa 3 miliardi di dollari nei confronti della Pdvsa. Eni è presente anche nei giacimenti petroliferi di Junin 5 e Corocoro.
La strategia di Washington? Sembra mirata a riequilibrare l’influenza dell’OPEC+ come cartello dominante dei prezzi, trattando direttamente con produttori e compagnie energetiche per scollegare Caracas dalla Russia e dalla Cina e proiettarla nell’orbita dei consumatori occidentali. I proventi del petrolio, dice la Casa Bianca, dovranno servire a creare pace, prosperità e stabilità in Venezuela. Sono proprietà sovrana del Paese, custodita dagli Stati Uniti per fini geopolitici. È il passaggio chiave. Perché il Venezuela che mi veniva raccontato, il Paese che vedevo con i miei occhi in quel giorno del Thanksgiving, lontano dalla mia casa a Houston e vicino a una storia ancora da scrivere, 15 anni dopo è diventato qualcosa di più di un’ambizione. È la posta in gioco.
