
Rilancio green
UE politica industriale verde & competitività
L’Unione europea punta sulla decarbonizzazione come leva economica, ma il successo delle iniziative avviate per conciliare crescita e ambizioni green dipenderà dalla capacità di attuarle con la rapidità e la scala necessarie
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egli ultimi anni, le politiche climatiche dell’Unione Europea (UE) sono giunte a uno snodo cruciale. L’inedito convergere di shock globali e l’intensificarsi della competizione geopolitica hanno costretto i decisori europei a conciliare le ambizioni green con l’imperativo di salvaguardare la forza industriale e la competitività attraverso politiche mirate; non c’è quindi da stupirsi se la competitività industriale è assurta a priorità assoluta e fonte di preoccupazione per l’Europa.
Il differenziale dei costi energetici rispetto ad altre grandi economie, come Stati Uniti e Cina, si è trasformato in uno svantaggio economico strutturale per l’industria europea, colpendo in particolare i settori energivori (Energy-Intensive Industries - EII) quali siderurgia, cemento e chimica. Di conseguenza, governi, imprese e parti sociali sono impegnati in un acceso dibattito su come rilanciare la competitività senza mancare di soddisfare gli obiettivi climatici. Questa sfida ha plasmato profondamente il mandato della seconda Commissione von der Leyen e ha trovato nuovo slancio nel rapporto di Mario Draghi sul futuro della competitività europea: pubblicato nel settembre 2024, il documento ha individuato con estrema franchezza vincoli strutturali ormai storici, proponendo una nuova strategia industriale basata su un mix di interventi. Il messaggio centrale del rapporto è inequivocabile: la decarbonizzazione deve diventare un volano di opportunità industriale per i paesi europei, anziché un freno alla crescita.
I provvedimenti per il rilancio industriale
Muovendo da questa analisi, nel febbraio 2025 la Commissione ha presentato il Clean Industrial Deal (CID) con l’obiettivo preciso di rilanciare la potenza industriale e conciliarla con la decarbonizzazione. Con il CID, la Commissione concepisce la transizione ecologica non più solo come agenda ambientale, bensì come vera e propria strategia economico-industriale, segnando un netto cambio di passo rispetto all’impostazione del Green Deal. Tale visione è stata rafforzata dal successo industriale cinese nel settore delle tecnologie pulite e dall’espansione dei relativi mercati. Per raggiungere questo traguardo, il CID mira a creare la sostenibilità economica necessaria a potenziare la capacità produttiva nel clean tech, tutelando al contempo la competitività di settori che restano cruciali per l’economia europea, come nel caso delle industrie energivore.
La Commissione ha inoltre avviato una serie di iniziative e tavoli settoriali su competitività e sicurezza economica, coinvolgendo industria, parti sociali e stakeholder. Due esempi di spicco sono il Dialogo Strategico sul futuro dell’automotive e quello sulla siderurgia, entrambi affiancati da piani d’azione per affrontare le sfide strutturali che attanagliano questi comparti da tempo. In particolare, l’ascesa dei “campioni” cinesi, sostenuta da politiche industriali di lungo corso, desta forte preoccupazione tra le aziende europee, soprattutto alla luce della crescente sovraccapacità produttiva di Pechino: l’afflusso di prodotti cinesi a basso costo ha eroso le quote di mercato europee e, specialmente nel settore dell’acciaio, contribuisce a disincentivare gli investimenti verdi. Queste dinamiche si inseriscono in uno scenario internazionale segnato da frammentazione commerciale, rivalità tra grandi potenze e un rinnovato ricorso a dazi e protezionismo come strumenti di sicurezza economica (linea abbracciata in particolare dagli Stati Uniti sotto l’Amministrazione Trump); tuttavia, aderire in toto a questa ondata protezionistica rischierebbe di frenare il percorso di decarbonizzazione dell’UE. L’Europa deve calibrare attentamente la propria politica commerciale per trovare un equilibrio tra decarbonizzazione, sicurezza economica e competitività industriale, come sottolineato dal rapporto Draghi in merito ai diversi approcci su dazi e importazioni di pannelli solari e veicoli elettrici.

In questo scenario complesso, il caro energia resta un nodo centrale per i decisori e l’industria dell’UE, nonostante un parziale allentamento dei prezzi nel biennio 2024-2025; in tutta risposta, la Commissione ha varato il Piano d’Azione per l’Energia Accessibile (PAEA) contestualmente al CID, delineando otto misure per abbattere i costi di approvvigionamento. Il Piano individua la causa principale della scarsa accessibilità economica dell’energia in Europa nella forte dipendenza dalle importazioni di fonti fossili e nell’incompleta integrazione del sistema elettrico. Pertanto, la Commissione considera l’energia pulita funzionale tanto alla sicurezza economica quanto a quella energetica; il Piano incentiva l’adozione di contratti a lungo termine per l’energia verde, come i Power Purchase Agreements (PPA), per favorire l’approvvigionamento aziendale e ridurre l’esposizione alla volatilità dei prezzi.
Le resistenze politiche alla decarbonizzazione
Tuttavia, il percorso di decarbonizzazione dell’UE si scontra con crescenti resistenze politiche e venti contrari: i mutamenti del quadro politico, a livello sia interno sia internazionale, hanno alimentato richieste di revisione degli obiettivi climatici, delle normative e delle tempistiche. L’opposizione alle politiche climatiche UE ha guadagnato terreno sul territorio nazionale, accusando le normative ambientali di causare perdita di posti di lavoro e di competitività. Ciononostante, l’UE ha confermato gli obiettivi per il 2040, che fissano una riduzione del 90 percento delle emissioni di gas serra (GHG) entro tale data attraverso la modifica della Legge Europea sul Clima, segnalando un impegno costante verso la decarbonizzazione a lungo termine.
Per contrastare queste resistenze, la decarbonizzazione deve produrre benefici economici e industriali tangibili. L’UE punta a conquistare quote nei mercati in espansione del clean tech, che secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia triplicheranno di valore superando i 2.000 miliardi di dollari entro il 2035. Tradurre il CID in realtà richiederà investimenti massicci per rendere economicamente vantaggioso sia il dispiegamento delle tecnologie pulite sia la decarbonizzazione delle industrie energivore; eppure, gli investimenti legati al CID restano insufficienti e rischiano di passare in secondo piano di fronte a molteplici esigenze di bilancio e alla competizione con altri settori strategici, in primis la difesa. Inoltre, le discussioni su entità e provenienza dei finanziamenti per il CID riaccendono l’annosa disputa tra Stati Membri “frugali” e non, specialmente riguardo all’ipotesi di meccanismi di debito comune europeo. La Commissione ha proposto il Fondo per la Competitività e una Banca per la Decarbonizzazione Industriale da 100 miliardi di euro (inclusi nella proposta per il prossimo bilancio UE) per stimolare gli investimenti, ma tali risorse appaiono sottodimensionate rispetto agli obiettivi. Risulta quindi fondamentale elaborare una politica industriale europea che contempli la creazione e la destinazione di fondi verso settori strategici e tecnologie in cui l’UE detiene (o può realizzare) un vantaggio comparato. Nel frattempo, è stato compiuto un passo avanti con il Clean Industry State Aid Framework (CISAF), che rivede le norme sugli aiuti di Stato: grazie al CISAF, i governi nazionali possono canalizzare più agevolmente il sostegno finanziario per compensare i costi energetici delle imprese energivore e supportare la decarbonizzazione industriale e la manifattura clean tech. È però vero che questo approccio comporta rischi evidenti, dato che potrebbe innescare una corsa ai sussidi tra Stati Membri e portare alla frammentazione del mercato unico, considerate le forti disparità di spazio fiscale tra i vari paesi.

Le misure per la domanda low-carbon
Accanto alle misure sul lato dell’offerta, l’UE deve garantire una domanda solida per tecnologie pulite e prodotti a basse emissioni, come l’acciaio verde. Gli sforzi attuali si concentrano sulla creazione di mercati di riferimento, utilizzando anche gli appalti pubblici (che valgono circa il 14 percento del PIL dell’UE) come leva per la domanda low-carbon. Data l’aspra concorrenza a livello globale, l’UE sta valutando di vincolare tale domanda alla produzione europea attraverso criteri “Made in Europe”, come ribadito dalla Presidente von der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione 2025. Tuttavia, l’UE deve calibrare il sostegno ai produttori nazionali tenendo conto dei propri fondamentali energetici ed economici, evitando protezionismi superflui: un approccio basato su eccessive chiusure sarebbe controproducente viste le attuali sfide e potrebbe produrre un rialzo dei costi. L’energia verde nell’UE presenta di fatto vincoli persistenti in termini di potenziale rinnovabile e interconnessioni elettriche; al contempo, importare energia verde (sia essa elettricità o idrogeno) è più costoso rispetto ai combustibili fossili, il che mette in parte in discussione il tradizionale modello commerciale basato sull’importazione di materie prime a basso costo.
Tali vincoli sottolineano la necessità di una rinnovata diplomazia industriale verde che favorisca catene del valore transfrontaliere con paesi partner che dispongono di abbondante energia rinnovabile a basso costo. In questo contesto, la Commissione ha annunciato nel CID un nuovo strumento esterno: i Partenariati per il Commercio e gli Investimenti Puliti (Clean Trade and Investment Partnerships - CTIP), pensati per contribuire agli obiettivi del CID in modo aperto ed equo, rafforzando la diplomazia climatica dell’UE. Sostenere i cluster industriali locali all’estero sarà cruciale per aiutare diversi paesi del Sud Globale a raggiungere i propri obiettivi socioeconomici e, al contempo, accelerare la decarbonizzazione globale. Il primo CTIP è stato siglato tra UE e Sudafrica durante il vertice G20 di Johannesburg. Tuttavia, la Commissione dovrà progettare e rendere operativi i CTIP con attenzione, definendo una governance chiara e un coordinamento tra iniziative nazionali ed europee per evitare sovrapposizioni o conflitti con strumenti esterni già esistenti.
L’UE ha progressivamente abbracciato la decarbonizzazione come strategia sia industriale sia economica, segnando un punto di svolta nel suo approccio politico, ma l’efficacia delle recenti iniziative interne e internazionali dipenderà in ultima istanza dalla capacità di attuarle con la scala e la velocità necessarie per centrare il duplice obiettivo della competitività e di una profonda decarbonizzazione.
