Dopo la ISSdi Giulia Pavesi,

Cooperazione o frammentazione strategica? 

Dopo la ISS

di Giulia Pavesi,

La transizione verso infrastrutture orbitali guidate da logiche commerciali è ormai avviata. L’Europa deve decidere se partecipare come cliente o come protagonista. Ognuno dei due percorsi comporta implicazioni profonde 

19 min

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entre un tempo le stazioni spaziali venivano associate principalmente agli astronauti e all’ispirazione, oggi sostengono anche i mercati commerciali emergenti e generano significativi spillover tecnologici. L’orbita terrestre bassa (LEO, dall’inglese “Low Earth Orbit”) non è più soltanto un dominio di esplorazione, ma sempre più un ambito di valorizzazione e utilizzo dello spazio in cui le attività economiche mettono radici, le tecnologie maturano e le future applicazioni possono scalare.  

 

Un insieme crescente di mercati futuri dipende da una presenza umana e robotica costante in orbita. Tra i settori più avanzati figura la ricerca farmaceutica e biomedica, poiché le condizioni di microgravità consentono di effettuare esperimenti non replicabili sulla Terra. Oltre a ciò, la produzione nello spazio e la scienza dei materiali emergono come campi promettenti, avvalendosi dell’ambiente fisico unico dell’orbita per produrre, ad esempio, semiconduttori di qualità superiore e materiali avanzati. Recenti sviluppi illustrano l’accelerazione di questa tendenza. L’azienda farmaceutica sudcoreana Boryung ha stanziato 50 milioni di dollari a favore di Axiom Space, un segnale di crescente fiducia del settore privato nella ricerca e sviluppo orbitale.  

 

Anche i player europei stanno consolidando il proprio posizionamento: l’azienda britannica Space Forge sta ottenendo risultati di rilievo nella produzione di semiconduttori in orbita e, traendo profitto dall’eredità tecnologica della Stazione Spaziale Interna­zionale (ISS), ha recentemente dato prova di processi chiave come la generazione di plasma in orbita, un passo importante verso piattaforme di produzione autonome in LEO.  La richiesta di tali funzionalità si sta già concretizzando: secondo quanto riferito, la stazione spaziale commerciale Starlab ha già esaurito le prenotazioni per la propria capacità di carico utile iniziale con anni di anticipo rispetto al lancio, indicando un forte interesse del mercato per un accesso continuativo alle infrastrutture orbitali. Al contempo, i fornitori di infrastrutture stanno ampliando le proprie ambizioni: aziende come Axiom puntano sulle proprie competenze nella costruzione e nella gestione di stazioni spaziali per accedere a mercati adiacenti, inclusi i progetti per l’energia solare con base nello spazio. Tali sviluppi indicano un cambiamento strutturale: le stazioni spaziali non sono più punti di arrivo dell’esplorazione, bensì infrastrutture abilitanti per la più ampia economia orbitale del futuro.  

 

Data la potenziale dismissione della Stazione Spaziale Internazionale, emerge una questione strategica di rilievo sul futuro e sulla configurazione dei voli spaziali con equipaggio umano in LEO; il controllo su questa infrastruttura determinerà chi acquisirà il valore delle applicazioni spaziali emergenti, chi plasmerà i nuovi mercati, chi stabilirà gli standard tecnici e chi beneficerà degli spillover tecnologici associati.  

 

Soluzioni principali e architettura 

 

Per colmare questo divario e garantire la libertà di svolgere attività umane in LEO, le soluzioni applicate attualmente stanno convergendo verso tre modelli principali per lo sviluppo e la gestione delle stazioni spaziali, che differiscono in termini di governance, finanziamento, operatività e ripartizione delle responsabilità tra player pubblici e privati. Nella fattispecie, si tratta di soluzioni nazionali oppure di soluzioni che si avvalgono della struttura di smantellamento dell’ISS oppure ancora di soluzioni di tipo “free-flyer”. 

 

Il primo modello, ormai consolidato, è quello della stazione spaziale interamente governativa, progettata, finanziata, posseduta e gestita dagli Stati. Tra gli esempi si annoverano la cinese Tiangong e la futura Stazione Orbitale Russa (ROS).  

 

In questo modello: 

- I player pubblici mantengono il controllo diretto sullo sviluppo della piattaforma, sul suo orientamento strategico e sulla governance operativa; 

- l’infrastruttura è considerata un asset sovrano, integrato negli obiettivi di politica nazionale; 

- l’accesso, l’utilizzo e le decisioni strategiche sono determinati mediante accordi governativi o intergovernativi. 

 

Un simile approccio pone il singolo Stato al centro del volo spaziale con equipaggio umano e garantisce il pieno rispetto delle priorità interne, ma richiede anche investimenti pubblici nazionali elevati e costanti

Il secondo e il terzo modello per le future attività in LEO stanno ora prendendo forma, e prevedono destinazioni in orbita bassa guidate dal settore privato, potenzialmente con veicoli in volo libero, in cui le aziende progettano, costruiscono e gestiscono l'infrastruttura orbitale e i relativi moduli. 

 

I player pubblici sono coinvolti, ma assumono un diverso ruolo: 

- I governi non si presentano come sviluppatori o promotori diretti dell’infrastruttura;

- agiscono invece come futuri clienti, acquistando solo i servizi necessari per le missioni, le attività di ricerca o i voli di astronauti di proprio interesse. 

 

Ne deriva un ecosistema pubblico-privato in cui l’industria privata sviluppa e mantiene l’hardware e le agenzie pubbliche o i governi, così come altre industrie private, acquistano servizi in qualità di clienti. Tale approccio riflette una svolta strategica: gli Stati passano dal ruolo di fornitori di infrastrutture a quello di acquirenti di servizi, favorendo un modello per le operazioni in LEO trainato dal mercato. 

 

Accanto a questo modello, originariamente concepito in base al programma Commercial Low Earth Orbit Destinations (CLD) della NASA, potrebbe emergere una nuova architettura ibrida. Data la lenta maturazione del mercato e le sfide associate allo sviluppo di soluzioni interamente private, la NASA potrebbe considerare un’ulteriore opzione: l’acquisto di un modulo centrale da agganciare alla Stazione Spaziale Internazionale, che fungerebbe da stazione autonoma una volta che la ISS verrà dismessa. Tale modulo fornirebbe servizi di base come energia, propulsione e supporto vitale, oltre a diverse porte di attracco alle quali poi collegare idealmente ulteriori moduli commerciali. 

 

la fotoHaven 2, stazione americana il cui lancio è previsto per il 2028

 

Diverse architetture commerciali e percorsi di transizione 

Come si è visto, all’interno del modello commerciale stanno emergendo diverse architetture, ognuna delle quali offre differenti geometrie e fasi di transizione tra la ISS e le stazioni commerciali completamente indipendenti.

 

Tra queste figurano: 

- Stazioni commerciali interamente sviluppate a terra e lanciate direttamente come piattaforme autonome; 

- Configurazioni ibride che prevedono la graduale introduzione di diversi moduli o funzionalità, permettendo agli operatori di acquisire esperienza e di passare da una fase di dipendenza dalla ISS a un’infrastruttura commerciale autosufficiente. 

 

Questi percorsi eterogenei testimoniano una tendenza più ampia, vale a dire la transizione da una singola grande piattaforma intergovernativa (la ISS) a un’economia orbitale diversificata, composta da molteplici stazioni, ognuna dotata di una propria logica legale, operativa e commerciale. Tra le diverse soluzioni esistenti troviamo quella della Cina, che ha già dichiarato la propria presenza indipendente in orbita tramite la stazione spaziale Tiangong, mentre gli Stati Uniti si stanno orientando verso un modello che si affida a fornitori commerciali per sostenere le attività in orbita. L’Europa, in questo scenario in continua evoluzione, vede un coinvolgimento solo marginale, contribuendo essenzialmente con partnership industriali (nello specifico attraverso Airbus nella stazione Voyager) piuttosto che agire come player strategico di primo piano o fornitore di infrastrutture. 

 

Considerazioni normative e di governance 

 

Le sfide giuridiche e di governance, riguardanti le stazioni spaziali commerciali o quelle inizialmente modulari ibride, concernono principalmente la determinazione della giurisdizione tanto sull’infrastruttura complessiva quanto sui suoi singoli moduli. Tale valutazione ruota attorno a due elementi cardine: la natura giuridica attribuita all’intera stazione e quella dei suoi componenti. Nel contesto delle stazioni private, diventa cruciale definire la portata del concetto di “oggetto spaziale”, decidendo se adottare un approccio modulare o unitario, vale a dire considerando ogni modulo un oggetto spaziale autonomo nonostante l’integrazione in una struttura più ampia oppure trattando l’intera stazione come un’entità unica. Questa scelta inciderà direttamente sull’individuazione dello Stato di registrazione e dello Stato di lancio, con i relativi obblighi previsti dal diritto internazionale nell’ambito dello spazio.  

 

Inoltre, il quadro giuridico e di governance di tali soluzioni porrà all’Europa diverse questioni dalle profonde implicazioni strategiche e politiche. Saranno sfide particolarmente sentite nell’interazione tra diritto spaziale internazionale, sovranità nazionale e logiche di mercato, e il tema diverrà centrale qualora le stazioni private integrassero, in futuro, una combinazione interoperabile di moduli commerciali e governativi.  

 

In questo scenario, i nodi cruciali riguarderanno la definizione della normativa applicabile e dei limiti giuridici alle attività di bordo, le possibili restrizioni imposte dagli operatori privati sui moduli nazionali, la ripartizione delle responsabilità e i meccanismi di manleva tra settore pubblico e privato, la gestione di eventuali crisi societarie e la tutela della proprietà intellettuale, oltre alle condizioni d’uso dei moduli stessi. Come in ogni accordo, i “committenti” pubblici dovranno soppesare attentamente vantaggi e svantaggi della partecipazione a tali progetti, bilanciando i benefici ottenuti con la necessità di preservare la propria autonomia e libertà d’azione.  È dunque essenziale chiarire tali aspetti fin dalle prime fasi della pianificazione, poiché rappresentano elementi imprescindibili per orientare le scelte dei governi e dei player europei in merito alla partecipazione alle diverse soluzioni prospettate.  

 

Implicazioni politiche e strategiche: cliente o protagonista? 

 

Non si tratta più di chiedersi se la geopolitica si estenderà allo spazio: è ormai evidente che le dinamiche della politica terrestre plasmeranno lo sviluppo delle future infrastrutture orbitali. Così come la ISS è nata nel contesto della “fine della storia” del periodo post-Guerra Fredda, la prossima generazione di stazioni spaziali sta prendendo forma in un clima di rinnovata competizione geopolitica. Per l’Europa, la questione non è dunque se partecipare, ma come: se restare un partner junior e un cliente all’interno di sistemi a guida esterna, oppure se riconoscere il volo spaziale umano in LEO, come un’infrastruttura strategica che deve contribuire a plasmare e guidare. 

 

Primo scenario: l’Europa come cliente 

In questo scenario, l’Europa accetta il ruolo di cliente nell’economia emergente in LEO, affidandosi per l’accesso allo spazio a infrastrutture sviluppate e gestite da player esterni. In termini pratici, ciò si tradurrebbe verosimilmente in un persistente allineamento con gli Stati Uniti e il loro ecosistema a trazione commerciale, con istituzioni e aziende europee che acquistano l’accesso a piattaforme orbitali di proprietà privata.  

 

Tale approccio potrebbe apparire come una prosecuzione del modello ISS, ma in realtà riflette un cambiamento fondamentale: mentre la ISS si fondava sulla cooperazione intergovernativa e su una governance condivisa, l’ambiente in via di sviluppo è sempre più strutturato attorno alla proprietà commerciale. L’accesso europeo dipenderebbe quindi non solo dalle dinamiche di mercato, ma da decisioni politiche e normative assunte al di fuori dell’Europa. Nel contesto dell’evoluzione delle relazioni transatlantiche, ciò genera un’asimmetria strutturale: l’accesso europeo all’orbita potrebbe essere prioritizzato, limitato o strumentalizzato in linea con gli interessi strategici statunitensi. 

 

È probabile che tale dipendenza condizioni le scelte di investimento del continente. L’incertezza sull’accesso a lungo termine, sui costi e sulla governance riduce gli incentivi a impegnarsi su vasta scala sia per i player pubblici sia per quelli privati. Con il tempo, l’Europa rischierebbe di trovarsi integrata in un ecosistema con infrastrutture, standard tecnici e direzioni strategiche definiti esternamente, vedendo limitata la propria capacità di influenzare l’evoluzione dell’economia in LEO.  A ciò si aggiunge una questione di identità. Tradizionalmente, l’Europa ha attribuito all’ISS un valore particolare quale simbolo di una cooperazione internazionale basata su regole condivise; passare a un sistema in cui ricopre solo un ruolo marginale segnerebbe un allontanamento da questo modello (o, quanto meno, un indebolimento).  

 

Al contempo, questo percorso offre vantaggi a breve termine, poiché riduce la necessità di investimenti iniziali e consente ai player europei di inserirsi in un ecosistema commerciale in rapido sviluppo. Ciò potrebbe sostenere la crescita di settori quali la ricerca farmaceutica e biomedica, che dipendono strettamente dall’accesso alla microgravità. Tuttavia, in assenza di un’infrastruttura autonoma, questi ecosistemi emergenti restano subordinati a fornitori esterni e, in ultima analisi, ai quadri normativi statunitensi; in questo senso, la scelta di essere cliente rappresenta la strada di minor resistenza, che però rischia di consolidare una dipendenza a lungo termine in un ambito sempre più cruciale per la competizione economica e geopolitica globale. 

 

Secondo scenario: l’Europa come protagonista 

 

In questo scenario, l’Europa riconosce in LEO un fattore abilitante per la propria potenza spaziale e assume un ruolo attivo nel modellarne gli sviluppi: anziché affidarsi a fornitori esterni, il continente promuove una soluzione a guida europea, radicata nelle proprie competenze industriali e istituzionali, pur aprendo la partecipazione a una coalizione di partner internazionali.  

 

Tale approccio farebbe leva sull’eredità lasciata dall’Europa nel programma ISS, preservandone e adattandone i principi cardine al nuovo contesto geopolitico. Una stazione a guida europea potrebbe fungere da base per una rinnovata alleanza tra medie potenze spaziali, riunendo partner come il Giappone e il Canada attorno a un modello di cooperazione distinto sia dagli ecosistemi commerciali a trazione statunitense sia dalle alternative più statocentriche di Cina e Russia.  

 

Sul fronte interno, un simile progetto agirebbe da potente volano per la coesione europea: un programma condiviso di esplorazione e utilizzo in LEO allineerebbe attori nazionali, sovranazionali e intergovernativi attorno a un obiettivo comune, rendendo tangibile l’ambizione europea. All’esterno una stazione di questo calibro offrirebbe un segnale di capacità e determinazione, posizionando l’Europa come player autonomo, in grado di avviare e sostenere infrastrutture strategiche su larga scala; ciò ne accrescerebbe l’attrattiva come partner per quei paesi in cerca di alternative ai due poli dominanti, vale a dire Stati Uniti e Cina.  

 

Fondamentalmente, questo scenario garantirebbe all’Europa il controllo diretto sulle infrastrutture che sostengono i mercati del futuro. Invece di dipendere da fornitori terzi, sarebbe in grado di definire le condizioni d’accesso, tutelare i diritti di proprietà intellettuale (DPI) critici, sostenere il proprio ecosistema industriale e intercettare una quota maggiore dei benefici economici e tecnologici derivanti dalle attività in LEO. In questo caso, tuttavia, le sfide restano significative. Sviluppare e gestire una stazione spaziale richiede investimenti ingenti e duraturi, un allineamento politico tra numerosi player con interessi talvolta divergenti e la volontà di assumersi un rischio strategico maggiore. Inoltre, imporrebbe all’Europa di superare la propria frammentazione e procedere verso un processo decisionale più coordinato in fatto di politica spaziale. 

 

L’Europa dovrebbe anche rispondere al quesito se voglia semplicemente colmare il divario rispetto alle capacità statunitensi e cinesi o diventare un vero leader nel volo spaziale umano. Tali sfide riflettono tuttavia la natura stessa della posta in gioco: se l’Europa intende plasmare la prossima fase dell’economia spaziale, anziché limitarsi a subirla, deve farsi carico dei costi e delle responsabilità derivanti dalla leadership. 

 

la foto Tiangong, stazione cinese operativa dal 2022

 

Un bivio strategico 

 

Mentre il panorama delle stazioni spaziali in LEO evolve, l’Europa si trova di fronte a un bivio strategico. La transizione verso infrastrutture orbitali guidate da logiche commerciali, al di là degli sforzi a guida nazionale, è ormai avviata. Questo processo sta ridefinendo non solo le modalità di costruzione e gestione delle stazioni spaziali, ma anche i criteri di accesso, i modelli di governance e la distribuzione del valore nell’orbita bassa.  

 

Qui la scelta per l’Europa non riguarda non è semplicemente se partecipare, ma in quale veste: come un cliente integrato in sistemi definiti esternamente, o come un protagonista capace di influenzare standard, modelli di governance e mercati emergenti. Ognuno dei due percorsi comporta implicazioni profonde per l’autonomia, la competitività industriale e il posizionamento geopolitico, ma appare chiaro che l’Europa deve adottare questa decisione in modo consapevole e proattivo. L’ecosistema orbitale del futuro premierà gli attori che sapranno investire tempestivamente, definire le architetture e stabilire le regole della cooperazione. Sia che l’Europa scelga la dipendenza o la leadership, le sue azioni nei prossimi anni determineranno il suo ruolo nella fase successiva del volo spaziale umano e nella più vasta economia orbitale che si svilupperà, anche per il suo comparto industriale.