
Acqua, energia e cibo
La contabilità delle risorse
Il nesso tra acqua, energia e cibo viene spesso evocato come una priorità strategica globale, ma manca ancora una vera infrastruttura economica capace di misurarne le interdipendenze
10 minP
er evitare di trasformarsi in una nuova formula retorica, l’idea di un Nexus da governare deve tradursi in una realtà concreta e misurabile. Eppure, molti di coloro che ne parlano la danno erroneamente per acquisita, quando in realtà ancora non esiste. Oggi rappresenta piuttosto un’aspirazione: quella di costruire un sistema capace di governare relazioni intersettoriali complesse, un obiettivo tanto necessario quanto difficile da realizzare.
I limiti della contabilità nazionale – in particolare dei metodi utilizzati per costruire il Prodotto interno lordo (PIL) e delle matrici intersettoriali elaborate da Wassily Leontief a partire da esso – rendono molto difficile tradurre questo approccio in misure concrete e realmente operative.
Alla fine del secondo millennio fu facile per Alan Greenspan, allora presidente della Federal Reserve, sostenere che la quantità di beni materiali necessaria alla produzione si fosse ridotta. Un’argomentazione che contribuì a ridefinire le misure della produttività e a sostenere due grandi bolle speculative.
Oggi appare altrettanto semplice indicare acqua, energia e cibo come beni strategici e invocarne una gestione più razionale. Ogni volta sembra la scelta più giusta, persino urgente. Eppure, anche questo auspicio rischia di restare poco più di un elenco di emergenze, colli di bottiglia e vincoli che ostacolano la produzione complessiva dei beni economici e sociali.
Il Nexus come aspirazione
Manca ancora una reale comprensione delle interconnessioni tra i beni essenziali dell’economia sostanziale – acqua, energia, materie prime, cibo – e il resto del sistema economico: il lavoro, le scelte politiche, le imprese e i processi produttivi. Finora il tema è stato spesso lasciato agli esperti di politica internazionale o di geopolitica, oppure, nel migliore dei casi, agli specialisti di singoli settori industriali. Il risultato è un susseguirsi di allarmi e analisi suggestive, ma prive di una valutazione complessiva: mancano stime integrate, indicatori affidabili di prezzo e quantità, strumenti capaci di misurare davvero i nessi tra i diversi fattori.
Il caso delle terre rare è emblematico. In Italia non c’è ministero o presunto esperto che non ne sottolinei il ruolo strategico per le filiere produttive. Eppure, gli elenchi stilati finora si rivelano poco utili: efficaci per alimentare l’allarme, molto meno per costruire una pianificazione seria.
Lo stesso vale per lo Stretto di Hormuz. Sappiamo che la sua chiusura genera tensioni sui mercati, influenzando non solo le quantità e i prezzi del petrolio, ma anche quelli dei fertilizzanti. Gli osservatori più attenti aggiungono che ha effetti persino sulla produzione di elio, indispensabile per i circuiti di silicio e, quindi, per l’elettronica automobilistica. Anche in questo caso, tuttavia, si resta a un livello preliminare, poco utile all’operatività concreta, perché privo di una reale capacità di misurazione. Manca un calcolo che, per essere davvero economico, tenga insieme disponibilità delle risorse, prezzi e tecnologie disponibili.
I limiti del PIL
Una matrice di Leontief – lo strumento statistico che più si avvicina a rappresentare la complessità del Nexus acqua-cibo-energia – descrive un sistema in cui i prodotti di ciascun settore diventano consumi intermedi per gli altri. In un sistema chiuso, il modello include anche i consumi necessari alla sussistenza dei lavoratori, oltre ai fabbisogni produttivi delle diverse industrie.
Sia nei sistemi chiusi sia in quelli aperti, questi flussi non riguardano soltanto quantità fisiche di beni – acqua, energia, cibo – ma anche il modo in cui tali quantità vengono valorizzate attraverso i prezzi e redistribuite lungo la filiera produttiva secondo determinati coefficienti tecnologici.
È qui che emerge il nodo centrale del Nexus, spesso trascurato anche nelle analisi geopolitiche: il problema non riguarda soltanto la disponibilità fisica di petrolio, acqua o grano, ma il modo in cui questi elementi si combinano all’interno di un sistema economico regolato da prezzi relativi e livelli tecnologici. Senza considerare questi due fattori all’interno dei flussi intersettoriali, la semplice analisi delle quantità fisiche perde gran parte del suo significato.
Esse reagiscono, infatti, con l’intero sistema dei prezzi relativi. Come non fanno le merci non base. In altri termini, una borsetta, la moda, il turismo sono esempi di beni non base, di lusso. Essi non rientrano nel nesso cruciale della interrelazione. E però sono trattati dal Pil al pari della spesa statale, come fossero uguali agli altri. Di qua un altro vespaio di questioni, alle quali, storicamente, si sono dati esempi risolutori solo in circostanze eccezionali, ovvero in caso di guerra.
Un altro aspetto cruciale riguarda il ruolo delle cosiddette “merci base”. Dall’economista Piero Sraffa sappiamo che, all’interno di una matrice di Leontief, esistono beni indispensabili alla produzione di tutti gli altri beni: energia, acqua, materie prime, infrastrutture essenziali. Queste merci incidono sull’intero sistema dei prezzi relativi e determinano gli equilibri dell’economia nel suo complesso. Diversamente, i beni “non base” – beni di lusso o consumi non essenziali, come la moda, una borsetta o parte dell’industria turistica – non hanno lo stesso effetto sistemico. Eppure, nel calcolo del PIL, queste attività vengono contabilizzate sullo stesso piano della produzione strategica o della spesa pubblica essenziale. Da qui nasce un ulteriore nodo teorico e politico: non tutte le produzioni hanno lo stesso peso nella tenuta materiale di un sistema economico, anche se vengono misurate allo stesso modo dagli indicatori tradizionali.

Le lezioni dell’economia di guerra
Storicamente, esempi concreti di gestione consapevole di queste interdipendenze si sono avuti soprattutto in condizioni eccezionali, come durante la guerra. Negli Stati Uniti, durante la Seconda Guerra Mondiale, la pianificazione militare non si basò sul PIL, ma su un coordinamento capillare degli appalti industriali, lasciando alle imprese il compito di organizzare le proprie interrelazioni produttive.
Ancora più radicale fu il modello adottato dalla Germania nazista, attraverso la pianificazione guidata prima dall’ingegnere Fritz Todt e poi da Albert Speer. Si trattava di un sistema fondato su prezzi amministrati, vincoli tecnologici definiti dagli ingegneri e una raccolta continua di dati produttivi. Un modello di integrazione industriale estremamente efficiente sul piano organizzativo, che consentì alla Germania di mantenere elevata la capacità produttiva fino alla fine del conflitto.
Evitare la retorica e affrontare davvero il tema del Nexus significa andare oltre gli astratti richiami all’umanitarismo, sui quali è facile dichiararsi tutti d’accordo senza però incidere concretamente sulla realtà. Significa, piuttosto, riconoscere i limiti degli strumenti con cui oggi misuriamo l’economia, a partire dal PIL, e costruire capacità di pianificazione fondate su dati reali, settori industriali concreti e infrastrutture materiali.
Questo richiede organismi di coordinamento e pianificazione a livello nazionale, capaci di integrare competenze tecniche, industriali e logistiche: ingegneri, tecnologi, geografi, specialisti della produzione e della contabilità industriale. La contabilità nazionale, così come è strutturata oggi, appare insufficiente a rappresentare le interdipendenze reali tra acqua, energia, cibo e sistemi produttivi. In molti casi, sono invece le grandi imprese, le multinazionali o le reti organizzate di piccole e medie imprese a possedere già strumenti di pianificazione e coordinamento più vicini alle esigenze di un’economia fondata sulle interrelazioni strategiche.
L’allocazione delle risorse
Alla fine, il problema centrale è sempre uno: l’allocazione. Ogni sistema economico deve decidere come distribuire quantità, prezzi e tecnologie tra beni essenziali e beni non essenziali, tra ciò che garantisce la tenuta materiale della società e ciò che appartiene alla sfera del consumo accessorio. Acqua, elettricità, grano, infrastrutture energetiche non possono essere trattati come beni qualsiasi, perché da essi dipende l’intero equilibrio del sistema.
Il Nexus, quindi, non è soltanto un tema teorico o geopolitico. È un problema di organizzazione economica, di capacità contabile e di scelta politica. Parlare di interdipendenze è relativamente semplice; molto più difficile è costruire strumenti concreti per misurarle, coordinarle e governarle. E qui emerge anche un rischio: che la retorica finisca per sostituirsi alla realtà, modellando strutture pianificatorie astratte e ideologiche, invece che fondate su dati e vincoli effettivi. La storia del Novecento – dall’economia di guerra alle esperienze di pianificazione centralizzata – mostra quanto queste dinamiche possano produrre risultati profondamente diversi, nel bene e nel male.
Per questo, ragionare sul Nexus significa confrontarsi non solo con una questione ambientale o geopolitica, ma con un problema eminentemente economico: capire come misurare, coordinare e rendere sostenibili le interdipendenze materiali su cui si reggono le società contemporanee.
