
Un modello da seguire
Golfo persico, un laboratorio per il futuro
L’esperienza dei Paesi del GCC dimostra che la scarsità idrica non produce automaticamente insicurezza alimentare. Commercio internazionale, innovazione e gestione integrata delle risorse possono mitigare i vincoli ambientali e rafforzare la sicurezza alimentare
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Paesi del Gulf Cooperation Council (GCC) costituiscono uno dei migliori casi di studio sul nesso acqua-energia-cibo. I sei Stati membri del GCC hanno livelli di risorse rinnovabili di acqua dolce tra i più bassi del mondo, ma hanno anche standard di vita elevati, una crescita urbana rapida e programmi di sviluppo economico ambiziosi. Eppure, nonostante l’estrema scarsità idrica, con livelli che si aggirano intorno agli 80-100 m3 pro capite (circa un decimo di quelli europei), hanno ampiamente evitato le crisi alimentari paventate da molti osservatori. I Paesi del Golfo riescono a fornire ai propri cittadini e alle proprie economie acqua potabile, sanitaria e industriale, ma non hanno una disponibilità idrica significativa per l’agricoltura. Il loro successo si basa su un modello unico di sicurezza delle risorse, imperniato su esportazioni energetiche, commercio internazionale e fondi sovrani.
Il modello si fonda su un’idea semplice ma potente: il cibo può essere importato, e con esso l’acqua necessaria per produrlo. In Medio Oriente e non solo, la visione dei decisori politici sulla scarsità idrica è stata rivoluzionata dal concetto di acqua virtuale sviluppato dal geografo britannico Tony Allan. Per acqua virtuale si intende l’acqua incorporata nei prodotti agricoli. Quando un Paese importa grano, riso o carne, di fatto importa l’acqua che è stata utilizzata, altrove, per produrre quei beni (v. figura). Per i Paesi affetti da scarsità idrica, dunque, il principale meccanismo di importazione indiretta di acqua dolce è il commercio alimentare internazionale.
I limiti della produzione nazionale
La regione del Golfo si affida a questo principio come nessun’altra al mondo. I Paesi dell’area si adoperano per superare i vincoli ambientali ricorrendo alle tecnologie e ai sussidi. Il programma di autosufficienza granaria dell’Arabia Saudita è stato uno degli esperimenti agricoli più ambiziosi del XX secolo. A partire dagli anni Settanta, il governo saudita ha sostenuto con generosità gli agricoltori, con sussidi che hanno consentito loro di coltivare il grano nelle regioni desertiche utilizzando risorse idriche sotterranee fossili profonde. Sebbene di fatto priva di risorse rinnovabili di acqua dolce a causa della sua geografia prevalentemente desertica, negli anni Novanta l’Arabia Saudita si attestava tra i primi dieci esportatori di grano del mondo: un risultato impressionante ma non sostenibile. Il programma dipendeva dall’estrazione da falde acquifere non rinnovabili che si erano accumulate nel corso di migliaia di anni, ma con il progressivo esaurirsi delle riserve d’acqua sotterranee, i costi economici e ambientali diventavano sempre più difficili da giustificare. Nel 2008, l’Arabia Saudita ha annunciato la graduale cessazione della produzione interna di grano, indicando con ciò un importante cambiamento nella propria visione: il Paese non avrebbe più perseguito la sicurezza alimentare attraverso l’autosufficienza bensì attraverso un accesso sicuro ai mercati internazionali.
Questa transizione rifletteva una più ampia consapevolezza, a livello regionale, della possibilità di gestire la scarsità idrica non aumentando la produzione alimentare nazionale bensì acquistando prodotti alimentari all’estero. La base finanziaria di questa nuova strategia è stata costituita dai proventi degli idrocarburi. Le esportazioni di petrolio e di gas generavano le entrate necessarie per importare cereali, carne, prodotti lattiero-caseari e alimenti trasformati da regioni con abbondanti risorse idriche e di terreno. Di fatto, i Paesi del Golfo hanno scambiato idrocarburi con acqua virtuale: uno degli esempi più riusciti di sostituzione delle risorse nella storia economica moderna. Anziché impegnare nella produzione alimentare la poca acqua di cui dispongono, per preservare le proprie limitate risorse di acqua dolce i Paesi del Golfo hanno deciso di soddisfare la sempre crescente domanda affidandosi ai mercati mondiali. Le entrate energetiche hanno trasformato la vulnerabilità ambientale in resilienza economica. L’apparente semplicità di questo modello, tuttavia, nasconde una serie di interdipendenze più profonde tra i sistemi idrico, alimentare ed energetico.

L’impatto della prima crisi alimentare del XXI secolo?
La crisi mondiale dei prezzi alimentari del 2007-2008 ha messo in luce queste vulnerabilità. I consistenti aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari, insieme alle limitazioni alle esportazioni imposte dai principali Paesi produttori, hanno sollevato preoccupazione, in tutto il Golfo, per l’eccessiva dipendenza della regione dai mercati internazionali. I Paesi ricchi potevano, in genere, permettersi prezzi più alti, ma al contempo crescevano i timori dei decisori politici riguardo alla sicurezza degli approvvigionamenti. La crisi ha evidenziato il fatto che le importazioni di prodotti alimentari dipendono non solo dal potere d’acquisto ma anche dalla stabilità delle filiere di approvvigionamento mondiali e dalle decisioni politiche dei Paesi esportatori.
I Paesi del Golfo hanno quindi iniziato a integrare le importazioni di prodotti alimentari con una seconda strategia, imperniata sugli investimenti strategici all’estero. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar hanno incoraggiato gli investimenti in terreni agricoli, impianti di trasformazione alimentare e infrastrutture logistiche e hanno sostenuto le aziende agroalimentari in Africa, Asia ed Europa orientale. Sebbene alcuni dei primi progetti di acquisizione fondiaria abbiano suscitato polemiche a livello internazionale e portato a risultati contrastanti, questa strategia costituiva la manifestazione di un impegno più ampio, volto a diversificare le fonti di approvvigionamento alimentare e a ridurre l’esposizione alle turbolenze del mercato. E soprattutto, in questo modo la sicurezza alimentare si è legata sempre più alle attività dei fondi sovrani.
I fondi sovrani del Golfo gestiscono collettivamente asset finanziari per diverse migliaia di miliardi di dollari. Per tradizione, istituzioni come il Public Investment Fund, l’Abu Dhabi Investment Authority e la Qatar Investment Authority si concentrano sulla conservazione del patrimonio e sulla diversificazione economica. Sempre più spesso, tuttavia, questi fondi diventano anche strumenti di resilienza strategica. Nel 2021 il fondo sovrano ADQ di Abu Dhabi ha acquisito una partecipazione del 45 percento nel gruppo Louis Dreyfus Company, con sede in Svizzera, attivo nel settore delle materie prime agricole e uno dei principali operatori mondiali nel commercio di cereali. Parte dell’accordo consiste in un contratto a lungo termine per la vendita di prodotti agricoli agli Emirati Arabi Uniti, con conseguente rafforzamento della sicurezza alimentare non solo a livello nazionale ma anche regionale, anche per il ruolo cruciale di Jebel Ali, uno dei porti più importanti della regione.
La sicurezza alimentare non è più solo questione di acquistare prodotti agricoli ma dipende ormai dall’accesso alle reti e infrastrutture di spedizione, alle strutture di stoccaggio, ai corridoi di trasporto, alle tecnologie agricole e alle filiere di approvvigionamento mondiali. Si è pertanto ampliata la presenza dei fondi sovrani in settori che vanno dalla logistica e dalle infrastrutture alla trasformazione alimentare e all’agritech.
Gli Emirati Arabi Uniti sono forse l’esempio più chiaro di questa nuova strategia. Con investimenti in porti, hub logistici e infrastrutture di spedizione che si estendono dal Golfo Persico al Mediterraneo, all’Africa orientale e all’Asia meridionale, il Paese ha sviluppato una rete mondiale che consolida il suo accesso alle importazioni alimentari. Soprattutto, questi investimenti generano ritorni commerciali e migliorano la sicurezza alimentare nazionale.
La strategia di resilienza del Qatar?
L’esperienza del Qatar durante il blocco del Golfo del 2017 ha ulteriormente sottolineato l’importanza della resilienza delle filiere di approvvigionamento. L’improvvisa interruzione delle rotte commerciali tradizionali ha messo a nudo le vulnerabilità delle importazioni alimentari, in particolare per i prodotti deperibili. In risposta, il Qatar ha rapidamente diversificato i propri fornitori, ampliato le riserve strategiche e accelerato gli investimenti nelle tecnologie di produzione alimentare nazionali. La crisi ha dimostrato che la sicurezza alimentare non dipende solo dalla disponibilità e dall’accessibilità economica ma anche dalla flessibilità logistica.
La prossima sfida per i sistemi alimentari del Golfo è rappresentata dal cambiamento climatico. Il modello dell’acqua virtuale presuppone che le regioni produttrici di cibo continuino a generare eccedenze agricole, ma queste sono esposte alla minaccia del cambiamento climatico. L’aumento delle temperature, il variare dei modelli di precipitazioni, le siccità prolungate e gli eventi meteorologici estremi stanno già influenzando la produttività agricola in molte delle principali regioni-granaio del mondo: questa situazione crea una nuova forma di vulnerabilità. I Paesi del Golfo possono importare acqua attraverso il commercio alimentare, ma rimangono dipendenti dalla stabilità ambientale dei Paesi esportatori. Le interruzioni della produzione agricola indotte dal clima possono rapidamente tradursi in un aumento dei prezzi, in una minore disponibilità di prodotti e in una maggiore concorrenza per le forniture.
La guerra in Ucraina ha dato una chiara dimostrazione di questa realtà. Russia e Ucraina svolgono un ruolo fondamentale nel mercato cerealicolo mondiale, perché esportano grano e altre materie prime alimentari verso i paesi del Medio Oriente. Il conflitto ha interrotto le esportazioni, fatto aumentare i costi di trasporto e contribuito a un rialzo generalizzato dei prezzi dei generi alimentari. I paesi del Golfo erano, in generale, in posizione migliore rispetto a molti Paesi in via di sviluppo per assorbire questi shock, ma le ripercussioni della guerra in Ucraina hanno sottolineato i rischi geopolitici insiti nei sistemi alimentari mondiali. A rafforzare questo tipo di timori sono sopraggiunte anche le recenti turbolenze nel Mar Rosso e nel Golfo Persico. I punti nevralgici marittimi rimangono fondamentali per il trasporto di generi alimentari, energia e manufatti tra Asia, Europa e Medio Oriente; qualsiasi interruzione lungo queste rotte aumenta i costi e complica le filiere di approvvigionamento. In un contesto geopolitico sempre più frammentato, la sicurezza alimentare si fa inscindibile dalla sicurezza commerciale e dalla stabilità marittima in senso ampio.?
L’importanza dell’energia nel nesso acqua-energia-cibo
A quanto sopra si aggiunge l’incertezza a lungo termine che la transizione energetica introduce nell’equazione della sicurezza alimentare del Golfo. Per decenni i proventi degli idrocarburi hanno finanziato le importazioni di prodotti alimentari e gli investimenti strategici. Nel prossimo futuro il petrolio e il gas continueranno a svolgere un ruolo di primo piano nell’economia mondiale, ma i decisori politici del Golfo sanno bene che la prosperità futura non può dipendere solo dagli idrocarburi: da qui la crescente attenzione alla diversificazione economica, alle energie rinnovabili e all’innovazione tecnologica. Si ripensa il rapporto tra acqua, energia e cibo, con investimenti nella desalinizzazione a energia solare, nell’agricoltura in ambiente controllato, nell’agricoltura di precisione, nella produzione di neoproteine, nell’agricoltura cellulare e nei sistemi logistici guidati dall’intelligenza artificiale. Tutti questi sistemi avranno bisogno di una fornitura affidabile di energia sostenibile.?
Particolarmente importante è la desalinizzazione. Il Golfo produce già la maggior parte dell’acqua desalinizzata del mondo e i progressi tecnologici stanno riducendo sia i costi sia i requisiti energetici della desalinizzazione. Con l’espansione delle energie rinnovabili, la desalinizzazione offre la possibilità di aumentare la disponibilità idrica riducendo al contempo le emissioni di carbonio. L’acqua desalinizzata, sebbene da sola non possa eliminare la dipendenza dalle importazioni alimentari, può favorire attività agricole di maggior valore aggiunto, come i sistemi innovativi di produzione alimentare, e migliorare la resilienza complessiva delle risorse. Il futuro della sicurezza alimentare del Golfo dipenderà quindi meno dal raggiungimento dell’autosufficienza e più dal rafforzamento della resilienza in sistemi interconnessi. Le importazioni di acqua virtuale rimarranno essenziali, soprattutto per i cereali provenienti da Nord e Sud America, Africa, Australia, Asia settentrionale e Asia centrale. Rimarranno fondamentali anche la frutta e la verdura importate attraverso il corridoio alimentare tra India ed Emirati Arabi Uniti. I fondi sovrani continueranno a svolgere un ruolo strategico nel garantire l’accesso alle reti alimentari mondiali. Per il finanziamento di questi accordi resteranno cruciali i proventi dell’energia, che derivino dagli idrocarburi o da settori economici sempre più diversificati.
A cambiare è la complessità della sfida
Il modello di sicurezza alimentare del Golfo Persico è stato costruito in un’epoca caratterizzata dall’espandersi della globalizzazione, da reti commerciali relativamente stabili e da abbondanti entrate energetiche. I prossimi decenni saranno probabilmente segnati da stress climatico, frammentazione geopolitica e trasformazioni tecnologiche. Per gestire tali pressioni servirà un approccio integrato che tenga conto dell’interdipendenza tra acqua, energia e sistemi alimentari.
L’esperienza del Golfo offre al mondo intero una lezione importante: la scarsità idrica non produce automaticamente insicurezza alimentare. I vari Paesi possono superare i propri vincoli ambientali, anche gravi, ricorrendo a scambi commerciali, investimenti e innovazione. In ultima analisi, la resilienza dipende dalla capacità di gestire rischi interconnessi in più sistemi allo stesso tempo: in questo senso, il Golfo è un laboratorio per il futuro della sicurezza delle risorse.
La sfida che ci attende non è solo di garantire la sicurezza alimentare: è anche, e soprattutto, saper mantenere delle fondamenta economiche, ambientali e geopolitiche che la rendano possibile.
